BIGENITORIALITÀ AL PADRE VIOLENTO

BIGENITORIALITÀ AL PADRE VIOLENTO
24 Giugno 2020 Francesco Ciano
BIGENITORIALITÀ AL PADRE VIOLENTO, L'ORDINANZA FA DISCUTERE

BIGENITORIALITÀ AL PADRE VIOLENTO, L’ORDINANZA 9143 DELLA CASSAZIONE FA DISCUTERE

 

L’ordinanza n. 9143 emessa il 19 maggio 2020 dalla prima Sezione Civile della Corte di Cassazione sta facendo discutere sulla spinosa questione del diritto di bigenitorialità al padre violento. Con questa ordinanza la Cassazione ha confermato la decisione della Corte di Appello di Lecce.

Tale decisione disponeva l’allontanamento di un bimbo dalla madre e la sua collocazione in una comunità con il padre, su cui pendono 3 procedimenti penali per violenza domestica contro la sua ex convivente.

Valeria Valente, senatrice del Pd nonché presidente della Commissione di inchiesta sul Femminicidio e violenza di genere, non ci sta. Ha pubblicato un lungo articolo in cui spiega perché la Commissione ha richiesto l’acquisizione degli atti dell’ordinanza.

Un genitore violento ha il diritto di essere genitore?”: s’intitola così l’articolo firmato da Valente.

L’ordinanza della Cassazione, così come la Corte di Appello di Lecce, sembrano ignorare la normativa vigente, il Codice Rosso, la Convenzione di Istanbul a tutela non solo delle donne vittime di violenza ma dei figli vittime di violenza assistita.

Di fatto, questa decisione ci fa tornare indietro di decenni. Rischia di cancellare i passi in avanti compiuti a livello giuridico per prevenire e reprimere la violenza contro donne e bambini.

Una svista? Mancanza di adeguata formazione degli operatori? Incompetenza? O pregiudizi patriarcali che permangono tuttora nella nostra società?

Decisioni errate come questa rischiano di frenare le donne, di scoraggiarle a difendersi e denunciare per il loro bene e quello dei loro figli.

 

BIGENITORIALITÀ AL PADRE VIOLENTO: I FATTI DI LECCE

Un bambino si rifiuta di vedere il padre perché ha assistito a troppi episodi di violenza.

Il padre è accusato di violenze nei confronti dell’ex convivente e del bambino.

La donna vittima di violenza lo denuncia per reiterate violenze domestiche e l’uomo fa ricorso al Tribunale per i minorenni di Lecce chiedendo l’affidamento esclusivo del figlio per esercitare la sua responsabilità genitoriale. Il bimbo viveva con la madre che è stata addirittura accusata di ostacolare la relazione tra il bambino e il padre. Secondo i legali del padre violento, la donna ha evitato la procedura di conciliazione con l’ex e non si è dimostrata disponibile nel tentare di avvicinare padre e figlio.

In realtà, il bimbo si rifiutava di vedere suo padre per paura, negazione della violenza cui ha assistito.

Risultato: il bimbo viene, di fatto, tolto alla madre. In base alle valutazioni degli esperti del CTU, la Corte di Appello di Lecce ha collocato a gennaio 2020 padre e figlio in una comunità educativa.

In sostanza, dà ragione al padre violento. Il diritto alla bigenitorialità prevale sul “superiore interesse del minore”: un passo indietro di diversi decenni a livello normativo.

La sentenza della Cassazione ha confermato questa decisione con motivazioni che preoccupano. Di fatto, considera prevalente il diritto alla bigenitorialità dell’adulto rispetto al “superiore interesse del minore” che è centrale nel nuovo diritto di famiglia. I bisogni concreti del figlio, il suo diritto ad un’infanzia serena e ad un equilibrato sviluppo psico-emotivo viene oscurato.

Le violenze del padre nei confronti dell’ex e del figlio vengono trascurate anziché intervenire con adeguati percorsi psicoterapeutici sulle problematiche di tipo ‘personologico’ dell’uomo. La madre resta chiusa nel recinto, accusata di condizionare il figlio e di rifiutare il percorso di mediazione.

In questo contesto, cos’è il figlio? Non un soggetto con i suoi diritti (incluso quello di essere ascoltato e difeso), ma un oggetto. Non un soggetto centrale nella separazione dei genitori ma una sorta di ‘valigia’.

Un genitore violento (responsabile, oltretutto, di violenza assistita) ha il diritto di essere genitore? Tutti noi ce lo siamo chiesti, almeno una volta nella vita, ma stavolta a chiederlo è Valeria Valente.

 

L’ORDINANZA DELLA CASSAZIONE ‘IGNORA’ LA CONVENZIONE DI ISTANBUL

Approfondiamo l’appiglio giuridico cui si sono aggrappati i legali dell’uomo: la mediazione familiare.

Questi avvocati hanno mai letto la Convenzione di Istanbul? No? Peccato perché è stata firmata dall’Italia nel 2013 anche se raramente viene applicata.

La Convenzione di Istanbul vieta di ricorrere alla mediazione familiare in caso di violenze domestiche. Il motivo è semplice: non si può costringere la vittima a sedere al tavolo di mediazione di fronte all’aggressore.

Secondo questa Convenzione, prima di avanzare l’ipotesi del condizionamento materno, è necessario escludere a priori che il minore abbia assistito a violenze in casa. E’ più che naturale pensare che, in caso di violenza assistita, il rifiuto del figlio di vedere e frequentare il padre violento è assolutamente giustificato.

Madri e figli vittime di violenza domestica hanno bisogno e diritto di protezione, non di essere divisi.

Ricordiamo che la Convenzione di Istanbul è un pilastro della legislazione di contrasto alla violenza sulle donne che l’Italia ha ratificato nel 2013. Sono trascorsi 7 anni e, da allora, questa Convenzione non viene applicata, sembra sconosciuta, ignorata. Un atteggiamento inaccettabile da parte di avvocati a giudici.

 

BIGENITORIALITÀ AL PADRE VIOLENTO: COSA DICE IL CODICE ROSSO?

Il Codice Rosso dispone di tutelare le vittime ed impone al giudice minorile di verificare le ragioni del rifiuto del figlio alla frequentazione del genitore. Se tali ragioni si basano sulla violenza assistita non bisogna esporre il figlio a contatti forzati con il padre violento.

In sostanza, prevede ciò che è contenuto nella Convenzione di Istanbul in merito alla violenza assistita subita dal figlio.

In base alla normativa vigente, il diritto di un padre violento alla bigenitorialità non può assolutamente prevalere sul diritto di madre e figlio alla sicurezza.

L’ordinanza 9143 emessa il 19 maggio 2020 dalla prima Sezione Civile della Corte di Cassazione sembra ignorare anche le disposizioni del Codice Rosso.

Nei casi di violenza domestica, il Codice Rosso impone di collegare i procedimenti civili con quelli penali per assumere decisioni equilibrate in materia di sicurezza.

Nel disporre l’affido del figlio, non si può evitare di considerare che sul padre pendono processi per violenza domestica e maltrattamenti nei confronti non solo dell’ex convivente ma anche del bimbo.

La normativa vigente e il Codice Rosso impongono di tutelare le vittime di violenza di genere. Anche il giudice minorile è tenuto ad eseguire accertamenti sulle ragioni del rifiuto del figlio a frequentare il padre.

 

PER LEGGE, IL PADRE VIOLENTO HA DIRITTO ALLA BIGENITORIALITÀ?

Arrivati a questo punto, rispondiamo alla domanda del focus: “Esiste il diritto di un padre violento alla bigenitorialità?”.

No, questo diritto non esiste e non è previsto nella vigente normativa italiana.

Né tantomeno il diritto alla bigenitorialità può in alcun modo prevalere (e annullare) il diritto alla sicurezza di madre e figlio vittime di violenza domestica.

Il diritto alla bigenitorialità, per legge, spetta al genitore che abbia piena capacità genitoriale.

Il figlio deve, invece, essere difeso dal genitore violento anche nel caso in cui le violenze siano subite dalla madre. La violenza assistita è diretta contro il minore e porta a conseguenze indelebili compromettendo il suo sviluppo psichico ed emotivo.

La donna vittima di violenza deve essere tutelata, protetta dalla legge.

L’ordinanza 9143 della Cassazione ignora non solo la Convenzione di Istanbul e il Codice Rosso ma la voce del bambino, tristemente assente.

Secondo tutte le convenzioni internazionali in difesa dell’infanzia e le norme del codice civile, il minore deve essere ascoltato. Nella recente decisione della Suprema Corte, invece, è difficile anche comprendere se il bambino sia stato o meno ascoltato. Sembra non essere neanche considerato, i suoi bisogni non sono stati riportati. E’ un fatto gravissimo.

 

L’ART.31 COMMA 2 DELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL DISTORTO DALLA CASSAZIONE

Bisogna a tutti i costi evitare, oltretutto, la cosiddetta vittimizzazione secondaria, che si verifica proprio quando le istituzioni non attivano interventi per proteggere la vittima. Ciò che si è verificato anche a Lecce.

L’associazione Differenza Donna ha fortemente protestato contro l’ordinanza della Cassazione definendola una “grave forma di violenza secondaria contro  le donne: rimane viva così la più antica ritorsione che le donne hanno subito nella storia ogni volta che si sono ribellate alla sopraffazione, cioè quella di perdere i loro figli”.

L’associazione ha richiesto accertamenti sulla vicenda e che la madre sia ricongiunta a suo figlio nel pieno rispetto della Convenzione di Istanbul. L’organizzazione ha anche annunciato azioni in ogni sede “contro ogni forma di restaurazione di un diritto di famiglia patriarcale e sessista”.

Con decisioni come questa “si legittima l’allontanamento del figlio minorenne dalla madre, vittima di violenze da parte del convivente e la collocazione del bambino con il padre presso una struttura di accoglienza”.

Secondo la Suprema Corte “il collocamento presso una struttura con il padre risponderebbe alle finalità di tutela previste dall’art. 31 comma 2 della Convenzione di Istanbul volta ad assicurare una graduale ripresa dei rapporti con la collaborazione e sotto la vigilanza di persone professionalmente qualificate”.

Una motivazione distorta, secondo l’associazione.

Distorce gli obblighi derivanti dall’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, che impone di proteggere i figli e le loro madri dagli uomini violenti, mentre  il Giudice nazionale piega illegittimamente la normativa nazionale e internazionale al perseguimento del paradigma della bigenitorialità a tutti i costi, anche quando lesivo dell’interesse del minore. La Cassazione non considera la violenza del padre nei confronti della madre alla presenza del figlio minore nella determinazione dei diritti di custodia dei figli in aperta violazione degli articoli 31 e 45 della Convenzione di Istanbul. Ignora i principi espressi dalla Cedaw e le raccomandazioni rivolte a più riprese all’Italia dai Comitati Onu e del Consiglio d’Europa”.

 

UNA VIOLENZA ISTITUZIONALE

Le donne che trovano la forza di denunciare vengono, di fatto, penalizzate e condannate alla vittimizzazione istituzionale.

Da una parte, si sposta sulle vittime la responsabilità degli atti violenti, dall’altra, si rafforza l’impunità degli autori della violenza mettendo anche a rischio l’equilibrio psicofisico dei figli sottratti alle loro madri ed esposti alle accertate non idoneità paterne.

Certe decisioni negano la violenza riducendola ad un semplice conflitto familiare; la parola delle donne viene delegittimata, le vittime vengono definite ‘manipolatrici’.

Differenza Donna ribadisce, una volta di più, l’infondatezza scientifica della Pas (Sindrome di Alienazione Parentale) su cui si basano decisioni come questa. “E’ stata smentita in ogni sede nazionale e internazionale e pure dalla stessa Corte di Cassazione. E’ uno strumento attraverso cui si rinforzano e alimentano situazioni di sopraffazione e trauma aggravando la situazione dei minori già esposti a violenza assistita”.

Il principio del “superiore interesse del minore” deve essere rispettato e deve prevalere, così come devono prevalere i diritti umani di donne e bambini alla vita e all’integrità psico-fisica.

 

CONTRADDIZIONI DETTATE DA STEREOTIPI CULTURALI

La Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con Legge 27.6.2013 n. 77, ha codificato per la prima volta la violenza assistita affermando che “i bambini sono vittime di violenza domestica anche in quanto testimoni di violenze all’interno della famiglia“.

Sono stati introdotti principi fondamentali in tema di regolamentazione dei rapporti figli/genitori nelle situazioni di violenza domestica.

Riportiamo tre punti importanti della Convenzione:

– nelle decisioni relative ai diritti di custodia e di visita dei figli, devono essere considerati gli episodi di violenza (art. 31);

– l’esercizio di visita e custodia dei figli non deve compromettere i diritti e la sicurezza della vittima di violenza e dei bambini (art. 31);

– gli autori dei reati possono essere privati della responsabilità genitoriale “se l’interesse superiore del bambino (sicurezza della vittima inclusa) non può essere garantito” in altro modo (art.45).

Tutto molto chiaro, facile da comprendere ed interpretare ma, a quanto pare, in Italia non è sufficiente.

Vige ancora nella cultura degli operatori (avvocati, magistrati, assistenti sociali, psicologi, educatori, medici) lo stereotipo culturale secondo cui “I figli hanno bisogno del padre anche se violento“. Al punto tale da ridurre la violenza domestica in ‘conflittualità o problema familiare o separazione conflittuale’ o ‘patologia relazionale’. In questo modo, si giustifica la scelta di affidare i figli al genitore non idoneo, al padre violento.

Tutto questo nei fatti, nelle aule dei Tribunali, anche se la Suprema Corte ha più volte affermato che il genitore affidatario deve essere individuato nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, in merito alle capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nei casi di separazione. In teoria, bisogna considerare l’idoneità del genitore (capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione, personalità, stile di vita, ambiente sociale e familiare, ecc.). Un padre violento non può che rappresentare un grave pregiudizio per lo sviluppo psico-fisico e l’equilibrio del figlio.

La figura paterna deve a tutti i costi prevalere sulla salute e la sicurezza del figlio?

Non è un semplice stereotipo culturale, questo è un tabù patriarcale. Minimizza la violenza sulle donne e quella assistita dei figli, se ne frega dei traumi psicologici ed emotivi vissuti dai bambini.

La prevalenza dell’interesse del minore è confermato anche dall’ex art. 337 quater c.c. Questo articolo concede l’affidamento esclusivo nel caso in cui si riscontri che “l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore”.

La riforma introdotta dal D.lgs. n. 154/2013 modifica il termine di ‘potestà’ in ‘responsabilità genitoriale’, sempre considerando l’unico e superiore fine che è l’interesse del minore.

La violenza assistita rientra fra gli elementi idonei ad escludere il regime di affidamento condiviso. Pertanto, l’affido esclusivo va alla vittima di violenza domestica.

 

Come Commissione di inchiesta sul Femminicidio e violenza di genere

ci riserveremo di compiere ulteriori approfondimenti

sull’intera vicenda“.

(Valeria Valente)

FRANCESCO CIANO

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