VIOLENZA SESSUALE E DONNE DISINVOLTE

VIOLENZA SESSUALE E DONNE DISINVOLTE
24 Settembre 2020 Francesco Ciano

VIOLENZA SESSUALE E DONNE ‘DISINVOLTE’: SENTENZA MEDIEVALE DI MILANO, È BUFERA

 

Torniamo a parlare di violenza sessuale con particolare riferimento ad un termine assurdo: le “donne disinvolte“.

Con sentenza medievale, la Corte d’Appello di Milano ha concesso uno sconto di pena ad un uomo condannato in primo grado a 5 anni di reclusione per aver sequestrato, massacrato di botte e violentato per una notte la propria convivente. La Corte di Appello di Milano ha stabilito una riduzione di pena a 4 anni e 4 mesi.

La sentenza afferma che, in un contesto familiare degradato e caratterizzato da anomalie come le relazioni della donna con altri uomini, i reati commessi dall’imputato sono mitigati dal suo essere un uomo “mite esasperato dalla condotta troppo disinvolta della donna che aveva passivamente subìto sino a quel momento‘”.

Abbiamo un grosso problema. Enorme e urgente.

E’ un fatto grave che proprio un tribunale giustifichi la violenza attribuendo parte della responsabilità alla vittima.

Il compito della Giustizia è dare la giusta condanna a chi commette un reato, non esprimere pregiudizi morali che attenuino la gravità della violenza sessuale aggravata dal sequestro.

Valeria Valente, presidente della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, ha intenzione di chiedere gli atti ed approfondire il caso. La Commissione sta indagando, in particolare, sulla ‘percezione della violenza‘ da parte degli operatori giudiziari.

 

VIOLENZA SESSUALE E DONNE DISINVOLTE: I FATTI DI VIMERCATE

L’imputato, un 63enne romeno, ha sequestrato in una roulotte la vittima (una connazionale 45enne). Per una notte intera l’ha insultata, minacciata di morte puntandole un coltello al viso, picchiata colpendola con un tavolino di legno e con numerosi pugni al viso (specie all’occhio sinistro). L’ha presa a schiaffi a mano aperta, riempita di pugni al mento e alla schiena “così forti da farle mancare il fiato” trascinandola per i capelli e scaraventandola sul letto costringendola a subire violenze sessuali.

Di qua non esci viva” le avrebbe detto prima di stuprarla. L’ha violentata brutalmente fino all’arrivo, alle 7 del giorno dopo, dei Carabinieri chiamati dalla figlia.

Il fatto è avvenuto a Vimercate, in provincia di Monza, nella notte tra l’8 e il 9 giugno del 2019.

E’ stato preso in esame il contesto familiare caratterizzato da anomalie come le relazioni della donna con altri uomini che l’imputato ha quasi favorito e, comunque, non ha ostacolato. Ad un certo punto, la donna è rimasta incinta di un altro soggetto.

I giudici hanno tenuto conto di certi elementi: imputato incensurato. esclusione di maltrattamenti, fatto occasionale, alterazione della condizione psicofisica dell’uomo. L’imputato è stato riconosciuto “persona mite ed esasperato dalla condotta troppo disinvolta della convivente”.

Per questi motivi, i magistrati hanno individuato una scarsa intensità del dolo nella ‘condizione di degrado’ in cui viveva la coppia, seppure tutto questo non attenui la responsabilità. Peccato, però, che ha attenuato la pena…

 

LA VITTIMA SUL BANCO DEGLI IMPUTATI

Un uomo che violenta, prende a calci e pugni e sequestra la convivente viene condannato a 5 anni ma, secondo il tribunale di Milano, ‘merita’ uno sconto di pena, una sorta di premio perché tradito. Viene definito persona mite pur dimostrando una violenza brutale.

Ci ronzano nella mente tante domande tra cui: “Se una donna avesse soltanto sequestrato e massacrato suo marito per tradimento avrebbe ricevuto lo stesso trattamento dal giudice?”.

Questa assurda sentenza carica di pregiudizi dà l’ennesima conferma sulla doppia vittimizzazione della donna. Se una donna viene violentata è ‘colpa’ sua. E’ sua la responsabilità.

Il pregiudizio fa finire sul banco degli imputati la vittima anziché la violenza.

La notizia è uscita pochi giorni fa con grande amarezza da parte di Cecilia D’Elia, portavoce della Conferenza nazionale delle donne democratiche, e Lucia Bongarzone, responsabile del dipartimento nazionale Pari Opportunità e Politiche Familiari del Pd.

Contesto familiare degradato, anomalie come relazioni della donna con altri uomini, mitigazione della pena in favore di un uomo “esasperato dalla condotta troppo disinvolta della moglie” che lui ha subito passivamente.

Tutto si concentra sullo stato d’animo di un violentatore che massacra e sequestra per una notte intera la convivente. Qualcuno si interroga sullo stato d’animo della donna che, per una notte intera, è stata sequestrata, massacrata e violentata?

Una volta di più, la vittima diventa imputata mentre il carnefice ‘esasperato’ viene deresponsabilizzato. Che ‘pena’.

 

LA REAZIONE DI VALERIA VALENTE

Ancora una volta la donna vittima si trasforma in soggetto imputato, agiscono pregiudizi e stereotipi culturali anche in un’aula di Tribunale, e questo è inaccettabile” ha affermato la senatrice Valeria Valente, che presiede la Commissione di inchiesta sul Femminicidio.

Emerge chiaramente la difficoltà di applicare in pieno la Convenzione di Istanbul. Agli operatori di giustizia rischia ancora di mancare la specializzazione necessaria per leggere la violenza in maniera corretta. Chiederemo gli atti e approfondiremo il caso. Non può essere il ‘contesto di degrado’ o le presunte relazioni della vittima con altri uomini a giustificare una violenza sessuale aggravata dal sequestro“.

La violenza sessuale non può avere giustificazioni né scusanti.

La Commissione di inchiesta sul Femminicidio sta indagando sulla ‘percezione della violenza’ da parte degli operatori giudiziari. Serve formazione, è essenziale per riconoscere i reati evitando di cadere in pregiudizi e di stigmatizzare le vittime.

 

REAZIONI DELLA POLITICA IN ROSA

Le proteste sono arrivate da tutte le parti politiche. Ne riportiamo alcune brevemente, di seguito.

 

Ancora una volta, in tema di violenza sulle donne, gli stereotipi culturali sembrano giocare un ruolo nell’impianto delle sentenze, con argomenti che giustificano e deresponsabilizzano. Le parole contano, tutto questo è inaccettabile e pericoloso” (Lucia Annibali, deputata di Italia Viva e capogruppo in Commissione Giustizia).

 

Lo stupro è sempre stupro e la sentenza della Corte d’appello di Milano che ha riconosciuto come attenuante il comportamento disinvolto della donna è semplicemente aberrante. No: i magistrati che hanno emesso questo incredibile verdetto non meritano alcuna attenuante” (Anna Maria Bernini, capogruppo di Fi al Senato).

 

E’ un verdetto preoccupante perché smonta un assunto di civiltà: non può esistere alcuna giustificazione, nemmeno implicita, alla violazione della dignità della donna, specie se viene inflitta con una brutalità come quella in questione”. Dobbiamo “interrogarci sulle conseguenze, anche indirette, di certe decisioni e dei messaggi che ne derivano” (Annagrazia Calabria, deputata di Forza Italia).

 

Come ha stabilito la Convenzione di Istanbul, la violenza sessuale è violazione dei diritti umani sempre. Oltre che lesivo della dignità della vittima, è chiaramente frutto di impreparazione e conoscenza insufficiente del fenomeno ritenere che possano sussistere attenuanti. Anche la cultura giuridica deve aggiornarsi e superare pregiudizi e lacune” (Valeria Fedeli, senatrice Pd).

 

VIOLENZA SESSUALE E DONNE DISINVOLTE: IL COMMENTO DEL GIUDICE FABIO ROIA

Non poteva mancare il commento del giudice delle donne Fabio Roia, presidente del Tribunale misure di prevenzione e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio in quanto esperto di casi di femminicidio.

Il giudice chiarisce che le donne ‘disinvolte’ non hanno meno diritti delle altre.

A giudicare dalla sentenza e dai commenti, emerge qualcosa che nulla ha a che vedere con la legge ovvero il fatto che una vittima che abbia avuto diversi rapporti sessuali possa essere trattata in modo diverso da una che fa una vita “normale”. “Questo non è vero nel nostro ordinamento” chiarisce Fabio Roia.

La sentenza, secondo Roia, ha ‘lavorato’ sull’intensità del dolo (il grado di colpevolezza) che va pesato nella valutazione delle pene. In genere, il comportamento della vittima può creare nell’aggressore un dolo che merita una risposta sanzionatoria inferiore. Ciò che si voleva dire, però, è stato detto in modo sbagliato considerando il tipo di contesto.

E’ necessario comunicare in modo adeguato e questo vale per tutti, sia per gli operatori del diritto sia per i media, per temi sensibili come quello della violenza sulle donne.

La valutazione della pena non deve avere connotazioni morali, di disvalore o inferiorità della vittima.

Il giudice, innanzitutto, ma anche chi partecipa a processi di questo tipo (gli avvocati) devono vincere stereotipi e pregiudizi senza scivolare in giudizi morali.

Occorre che operatori e media si formino su questi temi, anche nelle scuole di magistratura” ha concluso il giudice Fabio Roia.

 

In Italia, ogni 15 minuti una donna subisce un’aggressione fisica o sessuale. Siamo ad una media di 88 vittime al giorno. Un bollettino di guerra.

Sentenze come quella di Milano non fanno altro che aggravare la situazione.

Concedere uno sconto di pena ad un uomo violento, che massacra di botte, sequestra e stupra la convivente, è come violentarla una seconda volta.

Pregiudizi e stereotipi culturali non devono entrare in un’aula di Tribunale.

La violenza sessuale non può avere né scusanti né giustificazioni.

Questa sentenza ha scatenato una bufera di polemiche e sdegno.

E’ grave e pericolosa nei confronti della dignità delle donne.

Pesa come un macigno.

FRANCESCO CIANO

Francesco Ciano

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