CONVENZIONE DI ISTANBUL, VIOLENZA DONNE: ITALIA BOCCIATA

CONVENZIONE DI ISTANBUL, VIOLENZA DONNE: ITALIA BOCCIATA
21 Ottobre 2020 Francesco Ciano
CONVENZIONE DI ISTANBUL, VIOLENZA DONNE: ITALIA BOCCIATA

CONVENZIONE DI ISTANBUL, VIOLENZA DONNE: ITALIA BOCCIATA, CHECK DI 5 MESI

 

Si torna a discutere sulla Convenzione di Istanbul, di violenza sulle donne. L’Italia è stata bocciata nuovamente dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa per scarsa tutela delle vittime di violenza. E’ stata, perciò, sottoposta ad un check di cinque mesi in quanto ritenuta responsabile di ostacolare l’accesso alla giustizia alle donne vittime di violenza.

Il nostro Paese resta sotto vigilanza rafforzata. Entro il 31 marzo 2021, dovrà rendere conto delle misure adottate per garantire un’efficace valutazione del rischio che corrono le vittime quando denunciano la violenza.

In parole povere, la Giustizia italiana dovrà dimostrare, una volta per tutte, di applicare concretamente le leggi a tutela delle donne, secondo il modello della Convenzione di Istanbul.

L’Italia dovrà impegnarsi di più anche sul fronte della prevenzione per supportare i Centri antiviolenza assicurando adeguate risorse.

 

CONVENZIONE DI ISTANBUL, VIOLENZA DONNE: L’ALLARME DEL CONSIGLIO D’EUROPA

Nonostante l’apprezzamento per l’introduzione del Codice Rosso (legge 69/2019), il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa considera allarmanti i tempi di risposta alle denunce da parte dei Tribunali italiani.

Il Consiglio europeo definisce allarmante anche il numero di procedimenti penali avviati, le assoluzioni, le eccessive archiviazioni. I tribunali italiani si dimostrano inadeguati, inadempienti, non immuni da discriminazione, stereotipi e pregiudizi contro le donne.

Non sono poche le donne che vengono invitate a ‘fare pace’ con partner violenti o che, una volta presentata la denuncia, rischiano segnalazioni ai Tribunali dei Minori. Non raramente, le donne sono costrette a ‘consegnare’ il figlio ogni due giorni ad un padre violento o fuori di testa mettendolo in pericolo. Uno scandalo, una follia.

L’Italia, prima o poi, dovrà rendere conto del suo operato e rendersi conto che non è una legge in più a mettere le cose a posto ma una mentalità nuova, un cambiamento culturale radicale.

 

CONVENZIONE DI ISTANBUL: ULTIMATUM PER L’ITALIA INADEMPIENTE, HA 5 MESI DI TEMPO

Il Consiglio d’Europa ha dato un ultimatum all’Italia: ha 5 mesi di tempo per dimostrare di non essere inadempiente alla Convenzione di Istanbul. Ricordiamo, una volta di più, che il nostro Paese ha firmato e ratificato la Convenzione con Legge 27 giugno 2013 n. 77 per prevenire e combattere la violenza di genere.

Entro la data del 31 marzo 2021, le autorità italiane dovranno fornire “informazioni sulle misure adottate o previste per assicurare una valutazione e gestione del rischio adeguata ed efficace”.

Il Comitato, in particolare, ha chiesto all’Italia un sistema efficace e completo di raccolta dati sugli ordini di protezione con dati statistici sul numero di denunce ricevute, numero di ordini di protezione messi in atto, tempi di risposta delle autorità.

Il motivo di questo ultimatum l’abbiamo accennato all’inizio: secondo il Comitato dei Ministri, “il sistema italiano ostacola ancora l’accesso alla giustizia delle donne sopravvissute alla violenza domestica, come dimostra l’alto numero di archiviazioni preprocessuali delle denunce”. E’ quanto ha spiegato l’avvocata Titti Carrano, la stessa che si è occupata del  ricorso alla Corte di Strasburgo per il caso Talpis. Nel 2016, un uomo  uccise il figlio di Elisaveta Talpis riducendola in fin di vita, nonostante le precedenti denunce per violenza domestica che la donna aveva presentato.

Nel 2017, la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia avviando una procedura di verifica sul sistema antiviolenza nazionale. Ha chiesto al nostro Paese di risolvere le criticità che hanno portato alla mancata tutela e protezione della donna fornendo i dati necessari per il monitoraggio dei progressi dichiarati dal governo.

Uno Stato condannato dinanzi al Comitato del Consiglio dei Ministri deve dimostrare di aver eliminato le cause che hanno portato alla condanna.

 

PIANO D’AZIONE BOCCIATO DOPO LA CONDANNA DELLA CORTE DI STRASBURGO

A seguito della condanna della Corte di Strasburgo, nel mese di giugno 2018 l’Italia ha presentato un Piano d’Azione per il contrasto della violenza sulle donne. Il piano è stato smentito dalle contro-osservazioni di Titti Carrano.

Da allora, al nostro Paese è stato richiesto di fornire dati precisi sui tempi di risposta alle denunce, numero di misure cautelari adottate, di procedimenti penali, condanne, assoluzioni per esaminare la qualità degli interventi a tutela delle vittime di violenza.

A cavallo tra il 29 settembre e il 1° ottobre, mentre l’Italia consegnava al Comitato dei Ministri un bilancio di azione, le avvocate D.i.Re Titti Carrano ed Elena Biaggioni presentavano la memoria (Submission). Questa memoria ha contribuito notevolmente alla decisione del Comitato.

“La bocciatura dell’Italia ha confermato quanto denunciamo da anni” ha commentato Antonella Veltri, presidente Di.Re Donne in rete. “Le autorità italiane continuano a rispondere in maniera inefficace e ritardata alle denunce delle donne a causa della discriminazioni“.

La referente del Gruppo avvocate di D.i.Re, Elena Biaggioni ha sottolineato che i dati forniti dal governo, riferiti soltanto al 2018, sono stati considerati insufficienti ed allarmanti dal Comitato dei Ministri. Il Consiglio d’Europa chiede le stesse azioni ed informazioni che l’associazione D.i.Re richiede da tempo: risposte concrete per contrastare la violenza di genere, misure di prevenzione più marcate a supporto dei centri antiviolenza e risorse.

Uno degli obiettivi è la revisione dell’intesa Stato/Regioni che dal 2014 gestisce il sistema antiviolenza italiano. Bisogna fissare criteri minimi per i servizi specializzati in linea con la Convenzione di Istanbul: criteri da cui dipenderà l’accesso ai finanziamenti pubblici.

 

CONVENZIONE DI ISTANBUL, VIOLENZA DONNE: IL CONSIGLIO D’EUROPA CONFERMA IL RAPPORTO GREVIO SULL’ITALIA

Il 13 gennaio di quest’anno, il Rapporto Grevio (organismo del Consiglio d’Europa che monitora la corretta applicazione della Convenzione di Istanbul) ha confermato il divario tra la teoria legislativa e la pratica. Ha anche ammesso che l’Italia mostra resistenze, censura la parità tra uomini e donne in tutti i campi. Le politiche di uguaglianza tra sessi sono circoscritte nell’ambito della famiglia e della maternità.  La discriminazione è sempre alla base della violenza sulle donne.

Il Primo Rapporto Grevio sull’Italia ha evidenziato diverse lacune nel nostro Paese. Ad esempio, il Codice Rosso non prevede mezzi di ricorso civili efficaci nei confronti delle autorità statali che non adottano adeguate misure di prevenzione e protezione.

Anche la Legge 119/2013 non riesce ad intervenire concretamente sulla violenza contro le donne ed il finanziamento dei centri antiviolenza resta problematico. Al contrario, bisogna puntare proprio su questo: stanziare finanziamenti adeguati soprattutto alle strutture di accoglienza per le vittime deve essere la priorità per le autorità nazionali.

Il Rapporto non vede di buon occhio la scarsità di iniziative educative all’interno delle scuole senza contare le norme sull’affido condiviso e garanzia di bigenitorialità (una vera e propria regressione nella lotta contro la discriminazione tra i sessi).

In caso di violenza domestica, deve prevalere l’interesse superiore del bambino rispetto a quello della genitorialità condivisa. Il diritto di un padre violento alla bigenitorialità non può assolutamente prevalere sul diritto di madre e figlio alla sicurezza.

La Convenzione di Istanbul vieta il ricorso alla mediazione familiare perché non si può costringere la vittima a sedere al tavolo di fronte all’aggressore.

Intanto, i tribunali italiani sembrano ignorare la Convenzione da anni per stereotipi e pregiudizi radicati in quella che è ancora una vecchia società patriarcale e che non risparmia neanche i giudici.

Se, nell’arco di 5 mesi di check, l’Italia non dovesse superare questo importante ‘esame’, come si regolerà il Consiglio d’Europa?

FRANCESCO CIANO

Francesco Ciano

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