AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA

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15 Luglio 2020 Francesco Ciano
AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA

STUPRO: #IOLOCHIEDO, AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA SOLLECITA MODIFICA ART. 609-BIS

L’articolo 609-bis (1996) che regola il reato di stupro non cita esplicitamente il consenso dell’atto sessuale. La campagna #iolochiedo di Amnesty International Italia, presentata l’8 luglio alla Casa del Cinema a Roma, chiede di adeguare il Codice Penale alla Convenzione di Istanbul, agli standard europei, inserendo l’elemento del consenso nell’articolo 609-bis.

Amnesty International Italia lancia l’appello al Ministro della Giustizia affinché la legislazione italiana si adegui alle norme internazionali per considerare reato qualsiasi atto sessuale senza consenso.

L’obiettivo è triplice: chiarire il concetto di consenso, rafforzare la consapevolezza nelle giovani generazioni sul tema dello stupro e combattere gli stereotipi di genere.

Introdurre l’elemento ‘consenso‘ serve a garantire l’accesso alla giustizia per le vittime. Significa combattere la cultura dello stupro.

Nel nostro Paese, prevale il pregiudizio che attribuisce alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita per il modo di vestire o per eventuali effetti di alcol o droghe.

Sono tanti, troppi, gli italiani che ancora pensano che la donna sia sempre in grado di sottrarsi ad un rapporto sessuale se non lo desidera.

Siamo fermi al 1996, anzi al Medioevo. Siamo messi male.

La verità è una sola: il sesso senza consenso è sempre stupro.

E’ arrivato il momento per l’Italia di rispettare i principi della Convenzione di Istanbul, ratificata nel 2013.

 

#IOLOCHIEDO: AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA CHIEDE IL RITOCCO DEL CODICE PENALE E MISURE CONCRETE CONTRO LO STUPRO

Nell’articolo 609-bis del Codice Penale si parla di uso della violenza, della minaccia, della forza o della coercizione, ma non viene mai citato esplicitamente il concetto essenziale di ‘consenso’ all’atto sessuale. Non è un dettaglio: introdurre questo elemento serve non solo a contrastare la cultura dello stupro ancora viva anche nel nostro Paese ma a garantire giustizia alle vittime di violenza sessuale.

Con la campagna #iolochiedo, Amnesty International Italia sollecita l’adeguamento della legislazione italiana agli standard europei introducendo nell’articolo che disciplina il reato di stupro proprio questo elemento: il consenso dell’atto sessuale.

Per fermare la violenza sessuale, è necessario cambiare la cultura, gli atteggiamenti e comportamenti sociali fondati sulla discriminazione di genere e sulle relazioni di potere di genere. La cultura dello stupro è intesa come normalizzazione della violenza sessuale.

Amnesty International Italia non si limita, di certo, a chiedere il ‘ritocco’ del Codice Penale. Chiede di mettere in atto misure concrete per promuovere la cultura del consenso, l’antitesi della cultura dello stupro. Chiede condivisione, solidarietà e rispetto verso le donne nella quotidianità.

È essenziale educare fin da piccoli all’importanza dei limiti del proprio corpo, della privacy e del rispetto di sé stessi e degli altri. Ogni governo può introdurre nel proprio ordinamento la definizione più adatta alla propria società.

 

CULTURA DELLO STUPRO E PERCEZIONE DI COLPA IN ITALIA

Ma come eri vestita?”.

Te la sei cercata“.

Non hai detto no“.

La vittima di violenza sessuale deve ancora subire certi commenti dalla società italiana.

Qual è la percezione di colpa nel nostro Paese?

Il rapporto ISTAT 2019 fotografa un quadro desolante.

In Italia permane il pregiudizio che attribuisce alla donna vittima di stupro la responsabilità della violenza sessuale subita. Il pregiudizio si fonda soprattutto su:

– il modo di vestire della donna (23,9% degli intervistati);

– eventuali effetti di alcol e droghe (15,1%);

– l’idea che la donna sia sempre in grado di sottrarsi al rapporto sessuale indesiderato (39,3%).

Un sondaggio dell’UE ha rivelato che:

– 1 donna su 20 di età pari o superiore a 15 anni in Europa è stata stuprata (circa 9 milioni di donne);

– 1 donna su 10 di età pari o superiore a 15 anni ha subito qualche forma di violenza sessuale.

Lo stupro e altri reati sessuali rappresentano un grave attacco all’integrità fisica, mentale e all’autonomia sessuale della vittima. Sono violazioni dei diritti umani e compromettono nella vittima una serie di altri diritti umani (salute psicofisica, diritto alla vita, sicurezza personale, libertà, uguaglianza all’interno della famiglia e davanti alla legge).

Eppure il reato di stupro è una forma di violenza diffusa e sistemica in ogni parte del mondo, indipendentemente da come sia vestita la vittima.

 

LA CULTURA DEL CONSENSO

A chi la pensa ancora così Amnesty International Italia ribatte: il consenso è rispetto reciproco (dei limiti fisici e psicologici), è comunicare la reciproca volontà di fare qualcosa. Il silenzio, il non dire ‘no’ non significa dare il proprio consenso.

Il consenso deve essere espresso in modo attivo, liberamente.

Come può una donna sottrarsi ad un rapporto sessuale forzato considerando la maggiore forza fisica del violentatore?

Il consenso è una forma di permesso che dai liberamente a qualcuno (in maniera verbale e non verbale) per fare ciò che vuoi fare, qualcosa che riguarda il tuo corpo e il tuo spazio personale.

Il consenso è informato: non può essere basato su una bugia o sull’omissione d’informazione. Oltretutto, è revocabile in ogni momento.

La cultura del consenso si basa su una semplice e civile regola rivolta agli uomini: se hai dubbi sul consenso chiedilo espressamente, se hai ancora dubbi fermati.

Fa l’amore chi è in sintonia reciproca. Tutto il resto è violenza.

Il sesso senza consenso è stupro. Sempre.

 

STUPRO: COSA SI LEGGE NELLA CONVENZIONE DI ISTANBUL

L‘art. 36 della Convenzione di Istanbul “sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica” va a toccare la questione del consenso.

Il consenso deve essere dato volontariamente, quale libera manifestazione della volontà della persona, e deve essere valutato tenendo conto della situazione e del contesto”.

La relazione esplicativa alla Convenzione di Istanbul chiarisce che i procedimenti giudiziari “richiederanno una valutazione sensibile al contesto delle prove per stabilire, caso per caso, se la vittima abbia liberamente acconsentito all’atto sessuale compiuto. Tale valutazione deve riconoscere l’ampia gamma di risposte comportamentali alla violenza sessuale e allo stupro che le vittime manifestano e non deve basarsi su ipotesi di comportamento tipico in tali situazioni”.

l’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul a settembre 2012. Il Parlamento italiano l’ha ratificata nel 2013 ma la legislazione non è ancora stata adeguata alle direttive del documento.

E’ fondamentale modificare il passaggio del consenso perché la Convenzione di Istanbul, attualmente, rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne.

In Europa, i Paesi che definiscono la violenza sessuale come assenza di consenso sono: Germania, Regno Unito, Portogallo, Grecia, Svezia, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Cipro e Belgio.

 

I TRE MODELLI GIURIDICI DI CONSENSO E IL MODELLO ITALIANO

Esistono 3 tipologie di modelli giuridici riguardo al concetto di consenso:

modello consensuale puro: è reato qualsiasi atto sessuale in cui manchi il consenso valido della vittima;

modello consensuale limitato. è reato qualsiasi atto sessuale rispetto a cui la vittima ha manifestato un chiaro dissenso;

modello vincolato: sono violenti soltanto gli atti sessuali in cui ricorrono i vincoli della costrizione, violenza e minaccia.

Amnesty International Italia spiega che, nel nostro Paese, si predilige il modello vincolato con un recente orientamento verso il modello consensuale limitato.

L’art. 609-bis c.p. introdotto con la Legge 66/1996 punisce la condotta di chi, con violenza, minaccia o abuso di autorità, costringe la vittima a subire atti sessuali come pure la condotta di chi induce la vittima a compiere o subire atti sessuali abusando delle sue condizioni di inferiorità fisica o psichica.

L’art. 609-ter prevede le circostanze aggravanti (se, ad esempio, la vittima ha fatto uso di alcol).

Il reato di stupro, in nessun caso è definito esplicitamente come rapporto sessuale “senza consenso” nell’art. 609-bis. Per tale motivo, molte vittime non sono in grado di chiedere giustizia e scelgono di non denunciare la violenza alla Polizia.

Spesso, le vittime non conoscono i propri diritti, trovano mille ostacoli nell’accesso alla giustizia e ai risarcimenti, stereotipi di genere dannosi, idee sbagliate sullo stupro, accuse di colpevolezza, domande di credibilità, legislazione inefficace, sostegno inadeguato.

 

#IOLOCHIEDO: AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA: CHE SIGNIFICA ‘CONSENSO’ NEL DIRITTO PENALE ITALIANO?

Nel 2018, i dati della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e violenza contro le donne hanno mostrato che circa il 50% dei processi per il reato di stupro si conclude con l’assoluzione degli imputati.

Il fenomeno ancora più preoccupante è che esistono profonde differenze di valutazione tra i giudici e conseguenti sentenze emesse dai tribunali italiani.

Le differenti interpretazioni e valutazioni ruotano tutte attorno a questa domanda: cosa significa ‘consenso’ nel diritto penale italiano in materia di reati sessuali?

 

Un imputato deve dimostrare la propria innocenza?

No, il violentatore non deve dimostrare nulla. In Italia, spetta al Pubblico ministero provare la colpevolezza dell’autore. Il principio “in dubio pro reo” (il dubbio va a vantaggio dell’accusato) non si discute. Se ci sono dubbi  l’imputato viene assolto.

La riforma chiesta da Amnesty International Italia punta a garantire che possa essere comminata una pena adeguata se il tribunale ritiene che l’imputato abbia agito contro la volontà della vittima. Attualmente, non sempre è così.

 

La testimonianza della vittima basta per provare lo stupro?

Nei reati a sfondo sessuale, spesso la testimonianza delle vittime è la principale ed unica prova.

Le autorità giudiziarie incaricate delle indagini devono giudicare la credibilità delle dichiarazioni della vittima. A tal scopo, utilizzano conoscenze e metodi della psicologia della testimonianza. In casi complicati, si ricorre anche al supporto di specialisti. Se non è possibile chiarire cosa sia avvenuto di preciso, si applica sempre il principio del “in dubio pro reo“ che non va mai a svantaggio dell’imputato.

L’uso della violenza non sempre lascia tracce evidenti, peggio ancora in caso di minacce. Eppure le autorità giudiziarie penali potrebbero essere in grado di perseguire e risolvere i reati.

 

Durante il procedimento penale, le vittime vengono rispettate?

Le vittime devono dimostrare molto coraggio e forza per denunciare una violenza sessuale alla Polizia. Spesso, il procedimento penale è un onere enorme per la vittima. Non raramente, l’imputato o la stessa autorità giudiziaria mettono in discussione la persona, la reputazione e la credibilità della vittima in modo offensivo. Subendo domande e rimproveri, le vittime di stupro spesso hanno come l’impressione di essere colpevoli dell’aggressione subita o quantomeno corresponsabili.

In realtà, la testimonianza delle vittime di violenza sessuale dovrebbe essere trattata alla stregua di quelle riferite ad altri reati.

Amnesty International Italia non chiede, di certo, che la presunzione di innocenza venga abolita o che venga stabilita l’inversione dell’onere della prova. Chiede semplicemente rispetto per le vittime di stupro: hanno il diritto di essere ascoltate senza pregiudizi e di ricevere un adeguato sostegno.

FRANCESCO CIANO

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