10-05 Convenzione di Istanbul

10-05 Convenzione di Istanbul
10 Maggio 2021 Francesco Ciano

CONVENZIONE DI ISTANBUL: CHI VUOLE DEMOLIRE LA CARTA CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE E PERCHÉ?

 

Polonia e Turchia si sono ritirate dalla Convenzione di Istanbul ma non sono gli unici Paesi che preoccupano. Di certo, non sono gli unici a voler demolire la Carta contro la violenza sulle donne nata 10 anni fa. Questa Carta, per la prima volta nella storia, ha dichiarato ufficialmente che la violenza di genere è ‘strutturale’, con “radici storiche fondate sull’ineguaglianza tra uomini e donne”. Ha definito i ruoli di genere come socialmente costruiti.

Oggi, la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica (meglio nota come Convenzione di Istanbul) viene odiosamente attaccata dai movimenti fondamentalisti: anche nell’Unione Europea c’è chi fa pressioni per rivedere il provvedimento.

La Convenzione è stata approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011: in seguito, l’11 maggio 2011, un primo gruppo di Stati l’ha sottoscritta proprio ad Istanbul. E’ stata ratificata da 34 Paesi (in Italia, nel 2013).

La ratifica da parte di uno Stato lo obbliga ad adeguare l’ordinamento civile e penale per tutelare le vittime di violenza, prevenire la violenza di genere e domestica, punire gli autori di violenze. Certi Stati la firmano ma non la ratificano proprio per non adeguarsi a questi obblighi.

La Convenzione di Istanbul è diventata, di fatto, un simbolo delle guerre culturali in Europa.

 

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL PRESA DI MIRA DAL FONDAMENTALISMO ISLAMICO E CATTOLICO

L’UE ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul nel 2017 ma sono ancora 6 gli Stati membri che non l’hanno ratificata: Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia e Slovacchia.

In realtà, l’Unione Europea l’ha ratificata soltanto per 2 mandati (cooperazione per questioni criminali e asilo).

Ad oggi, il processo di ratifica completo è ancora oggetto di un forte scontro tra le istituzioni europee: una parte della Commissione e del Parlamento è schierata a favore della Convenzione, mentre il Consiglio dei ministri dell’UE rema contro.

Quando si parla di fondamentalismo si pensa subito al mondo islamico ma esiste anche un fondamentalismo cattolico che si unisce al mondo musulmano nella crociata contro l’autodeterminazione delle donne (aborto) e la comunità LGBT+. Il ‘gender’ è il nemico comune dei fondamentalismi islamici e cattolici. Lo dimostra il fatto che dalla Convenzione di Istanbul si sono ritirate la Polonia e la Turchia.

 

IL RITIRO DELLA POLONIA DALLA CONVENZIONE DI ISTANBUL

La Polonia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul (ratificata nel 2015) a luglio 2020. Il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro l’ha definita un’invenzione femminista che ha l’obiettivo di giustificare l’ideologia omosessuale. Con queste parole ne ha chiesto il ritiro annunciando la volontà di stipulare un nuovo trattato internazionale sui ‘diritti della famiglia‘ con Ungheria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovenia e Slovacchia.

Proprio mentre Erdogan ha emanato il provvedimento per il ritiro della Turchia dalla Convenzione, in Polonia il 30 marzo scorso il Parlamento ha discusso del progetto di legge “Sì alla famiglia, no al gender” ‘partorito’ dal ventre ultra-cattolico di Ordo Iuris. Con la scusa dell’ideologia omosessuale, il governo polacco attacca il ‘genere’ femminile in nome del patriarcato. Difatti, il progetto di legge “Sì alla famiglia, no al gender” non riguarda soltanto il concetto di matrimonio come unione tra uomo e donna: ha inserito il divieto di aborto ed ha individuato le cause della violenza domestica nell’indebolimento dei valori sociali tradizionali e degli ‘antichi’ legami familiari, oppure la violenza viene giustificata da ‘patologie’ come alcolismo e pornografia.

 

LA POLONIA NON È UN PAESE PER LE DONNE

Negli ultimi anni, il governo polacco ha tentato di limitare i diritti delle donne, addirittura criminalizzando l’educazione sessuale (uno degli strumenti principali contro la violenza di genere, la riduzione di gravidanze indesiderate, la trasmissione di malattie, la mortalità materna) e tramite una sentenza del Tribunale Costituzionale ha ridotto all’osso le situazioni per le quali una donna può ricorrere legalmente all’aborto.

La Costituzione polacca pone i suoi fondamenti proprio sul patriarcato.

Tra il 15 ed il 26 marzo, 7 gruppi che sostengono il diritto all’aborto in Polonia hanno denunciato di aver subito minacce di bombe e di morte, mentre 6 organizzazioni per i diritti umani l’8 marzo hanno ricevuto mail con minacce di bombe. Minacce denunciate alla Polizia che, però, non ha aperto indagini approfondite.

Per demolire la Convenzione di Istanbul, Ordo Iuris ed altre organizzazioni manipolano i dati forniti dalle organizzazioni sovranazionali riguardo all’impatto della violenza di genere e della discriminazione contro i soggetti LGBTQ+. Non diffondono dati reali per dimostrare che la Polonia rispetta le donne e le persone LGBTQ+, facendo credere che i dati sulla violenza domestica in Polonia sono migliori rispetto a quelli della Svezia.

Tutto questo c’entra poco e nulla con la tutela delle donne e dei loro diritti fondamentali.

Quello che succede in Polonia riguarda l’Europa, demolisce non solo la Convenzione di Istanbul ma le regole comuni con cui gli Stati aderiscono alla Comunità Europea.

 

IL RITIRO DELLA TURCHIA DALLA CONVENZIONE DI ISTANBUL

Un decreto governativo del 20 marzo 2021 ha sancito il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul. Chi aveva sottoscritto la Convenzione 10 anni prima, il presidente Recep Tayyip Erdoğan, l’ha accusata di strumentalizzazione da parte di alcuni gruppi per normalizzare, ufficializzare l’omosessualità. Una scusa che gioca in chiave nazionalistica per il governo turco. Un governo che, da una parte, proclama la tutela dei diritti delle donne e la volontà di fare leggi contro la violenza di genere e, dall’altra, intende ‘proteggerle’ nell’ambito della tradizione islamica, al di fuori di pressioni esterne.

In realtà, Erdoğan e l’AKP (Partito turco per la giustizia e lo sviluppo) intendono proteggere i valori e le famiglie tradizionali che contrastano con i diritti e l’autodeterminazione delle donne. Alla notizia del ritiro dalla Convenzione, ci sono state grandi proteste da parte delle donne stesse, del settore privato, delle giunte comunali. L’omofobia del governo turco si traduce in una vera e propria violenza istituzionale, in arresti e repressione.

Difendere la famiglia ‘naturale’ e ‘tradizionale’ in un Paese ‘malato’ di patriarcato comporta necessariamente il mancato riconoscimento della violenza sulle donne, di genere.

Se una donna vittima di violenza domestica esercita il diritto di difendersi  e lo Stato la tutela, sarà spinta a separarsi dal marito pregiudicando la famiglia ‘tradizionale’. Addirittura, penserà di essere davvero una persona dotata di diritti, inizierà a chiedere parità di trattamento demolendo il concetto di famiglia retrograda in un mondo in cui la parola ‘capofamiglia’ non si usa più.

La buona notizia è che ritirarsi da un trattato internazionale sui diritti umani fondamentali ratificato in precedenza non è semplice, non basta un disegno di legge per cancellarlo. In effetti, la legge n. 6251 con cui è entrata in vigore la Convenzione non è stata cancellata in Turchia. La cancellazione sarebbe contraria alla Costituzione. Ecco perché le organizzazioni delle donne, i partiti dell’opposizione e gli ordini degli avvocati stanno intentando cause contro il Consiglio di Stato allo scopo di annullare la decisione presidenziale.

 

CONVENZIONE DI ISTANBUL: LA SITUAZIONE IN ITALIA

L‘Italia ha ratificato la Convenzione di Istanbul nel 2013 ed ha, perciò, dovuto modificare la propria legislazione con l’introduzione della Legge n. 212/2015. Questa legge ha rinforzato la posizione nel processo penale delle vittime di violenza ed ha formalizzato l’obbligo delle istituzioni di sostenere i percorsi di fuoriuscita dalla violenza anche attraverso finanziamenti ai centri antiviolenza. Per monitorare il rispetto della Convenzione, nel 2017 è stata istituita la Commissione di inchiesta sul femminicidio.

La realtà la conosciamo tutti e l’ultimo rapporto GREVIO conferma che, in Italia, c’è ancora molta strada da fare per rispettare appieno la Convenzione. GREVIO è l’organismo indipendente del Consiglio d’Europa impegnato a monitorare l’applicazione e l’attuazione della Convenzione in riferimento ai Paesi membri UE che l’hanno ratificata.

La rete DIRE ha sottolineato che le leggi non bastano per raggiungere i risultati prefissi. Il Piano nazionale antiviolenza non è in grado di rispondere in modo integrato e sistemico alla violenza di genere. Il finanziamento ai centri antiviolenza va molto a rilento e continua a rivelarsi problematico. Quest’anno il Piano non è neanche stato rinnovato.

 

ITALIA: LE FORZE REAZIONARIE CHE VOGLIONO DEMOLIRE LA CONVENZIONE

In Italia, la pressione di certe forze reazionarie non contrastano con violenza i diritti delle donne come in Turchia. Lo fanno in modo più subdolo, discreto e, comunque sia, efficace. Agiscono attraverso le politiche regionali, sfruttando l’autonomia socio-sanitaria delle Regioni.

Tanto le disposizioni della Convenzione di Istanbul quanto il diritto all’aborto vengono presi di mira dai sostenitori della “famiglia naturale” a scapito dell’autodeterminazione delle donne. In certe città e Regioni è difficile abortire, non viene praticato né l’aborto chirurgico né quello farmacologico, tanti medici sono obiettori di coscienza.

La recente manifestazione di protesta in Umbria è stata innescata dalla proposta di legge della Lega che intende modificare il Testo Unico in tema di Sanità e Servizi Sociali in relazione alle politiche per le famiglie. Consente alle organizzazioni antiabortiste (inclusa quella no-choice come “Movimento per la vita“) di accedere ed agire nei consultori pubblici. Anche in Piemonte Non Una di meno ha organizzato proteste dopo che la Regione ha emanato un bando che permette alle organizzazioni antiabortiste di invadere i consultori pubblici.

 

PERCHÉ BISOGNA DIFENDERE LA CONVENZIONE DI ISTANBUL

La Convenzione di Istanbul è il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che stabilisce un quadro giuridico completo al fine di proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza. Definisce la violenza di genere come una violazione dei diritti umani nonché una forma di discriminazione.

Prevede che i Paesi aderenti debbano impegnarsi per prevenire la violenza, tutelare le vittime e perseguire i colpevoli. Il trattato internazionale determina una serie di delitti legati alla violenza sulle donne: stalking (atti persecutori), violenza psicologica, violenza fisica e sessuale (incluso lo stupro), matrimonio forzato, mutilazioni genitali femminili aborto e sterilizzazione forzati, molestie sessuali. La Convenzione include un articolo che punta il dito sui crimini commessi in nome del cosiddetto ‘onore‘.

Gli Stati aderenti devono includere questi reati nei propri codici penali o in altre forme legislative. Una volta ratificata la Convenzione, ogni Stato è giuridicamente vincolato dalle sue disposizioni perché questo trattato internazionale ha una rilevanza giuridica immediata.

 

LA DICHIARAZIONE DI URSULA VON DER LEYEN

Ad inizio aprile, la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si sono recati in Turchia per far visita al presidente turco Erdoğan. In quell’occasione – ha raccontato von der Leyen – è avvenuto un episodio spiacevole che la dice tutta sulla mancanza di riguardo di Erdogan nei confronti delle donne. Accolta insieme a Michel dal presidente Erdogan, si è ritrovata senza sedia. No, nessuna dimenticanza o disorganizzazione: è stata una mera questione di genere. E’ una donna.

Il timore di Ursula von der Leyen è che il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istanbul possa rappresentare un esempio da seguire per altri Paesi, proprio mentre l’UE si sforza di ratificarla nella sua interezza. Un’impresa difficile, al di là di eventuali ritiri di altri Paesi, tanto che la Commissione Europea sta valutando un piano alternativo.

Prima di fine anno, ha annunciato la presidente della Commissione Europea, “presenteremo una legislazione per prevenire e combattere la violenza contro donne e bambini” estendendo la lista di crimini europei indicati nella Convenzione di Istanbul con l’inclusione di tutte le forme di crimini dell’odio. Servirebbe una maggioranza qualificata per l’approvazione definitiva di questa legge che diventerebbe una legge europea, vincolante per tutti gli Stati membri.

Speriamo che questa legge riesca a passare.

FRANCESCO CIANO

 

 

 

 

 

 

 

Francesco CIANO

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