11-6 MATRIMONIO FORZATO

11-6 MATRIMONIO FORZATO
11 Giugno 2021 Francesco Ciano
matrimonio forzato

MATRIMONIO FORZATO: SAMAN ABBAS E LE ALTRE VITTIME SPARSE NEL MONDO

 

Non ci piace il termine ‘nozze combinate’. Chiamiamo il fenomeno secolare di cui trattiamo in questo focus col suo vero nome: matrimonio forzato.

Il matrimonio combinato lascia comunque spazio e consenso ai futuri coniugi e non è violento; quello forzato è una violazione dei diritti umani.

Il matrimonio forzato è strettamente legato a tutta una serie di altri reati: pedofilia, traffico di schiavi, tratta di ragazze da avviare alla prostituzione, matrimoni di ‘comodo’ per ottenere la cittadinanza, violenza sessuale da parte dei mariti, riduzione in schiavitù in ambito familiare, ecc.

La triste vicenda di Saman Abbas, la 18enne pakistana svanita nel nulla da oltre un mese dopo essersi rifiutata un matrimonio forzato dai genitori, sta facendo emergere prepotentemente una realtà che coinvolge da sempre ragazze e ragazzine in certi Paesi del mondo.

Mentre scriviamo, si continua a cercare Saman con i cani molecolari in campo e l’utilizzo dell’elettromagnetometro per la scansione del terreno.

Saman Abbas è scomparsa il 30 aprile a Novellara: la Procura reputa che sia deceduta, ipotizza l’omicidio premeditato. Il video che ritrae zio e cugini con una pala, forse usata per scavare una fossa dove nascondere la salma, fa rabbrividire.

Fanno rabbrividire le dichiarazioni del fratello sedicenne di Saman: “Nel nostro Corano c’è scritto che una ragazza se smette di essere musulmana deve essere sepolta viva con la testa fuori dalla terra e poi uccisa con lancio di sassi sulla testa. In Pakistan viene fatto“.

Sono inquietanti e fanno rabbrividire i racconti emersi dalle intercettazioni dei familiari di Saman: “Quando una ragazza smette di essere musulmana viene uccisa tramite lapidazione“. La famiglia non poteva accettare la ribellione della diciottenne che non voleva sposare il cugino.  Secondo il fratello lo zio l’ha uccisa strangolandola. Il padre ha mentito dicendo che Saman fosse in Belgio. I genitori sono rientrati in Pakistan, uno dei due cugini è stato arrestato in Francia e già estradato. L’altro cugino e lo zio sono ricercati dalle autorità di mezza Europa.

Quante ragazzine e ragazze come Saman sono vittime di questa realtà?

Che dimensioni ha in Italia e nel mondo il fenomeno del matrimonio forzato?

 

MATRIMONIO FORZATO: LA REALTÀ IN ITALIA

Tiziana Dal Pra, attivista dei diritti delle donne, ha fondato Trama di Terre, l’associazione di donne native e migranti che in Italia ha gestito nel 2011 il primo rifugio per le ragazze fuggite da matrimoni forzati.

Conosce molto bene questa realtà: “Quando si rifiuta un matrimonio forzato, si disobbedisce alla famiglia e questo significa, in certi contesti, calpestarne l’onore e la legittimità“. Significa disonorare la comunità di appartenenza, un fallimento per i genitori che non sono stati capaci di allevare le figlie secondo ‘tradizione’.

Non esistono statistiche certe sui matrimoni forzati in Italia, si parla di circa mille casi all’anno. Le vittime hanno un’età media compresa tra i 16 ed i 25 anni provenienti da Pakistan, Bangladesh, India, Albania, Kosovo e Turchia.

Alla base di tutto c’è la cultura patriarcale e arretrata, la stessa che avevamo noi 70 anni fa e contro la quale abbiamo lottato e vinto anche se non del tutto. Fino ai primi anni ’80, l’Italia ha mantenuto nel suo apparato giuridico il delitto d’onore e il matrimonio riparatore.

Il matrimonio forzato non considera né la libera scelta né l’amore.

I segnali e le richieste di aiuto di queste ragazze arrivano soprattutto dalle scuole ma staccarsi dalle famiglie è difficile per loro. Sono sotto ricatto o vengono ingannate.

Le ragazze vittime di queste situazioni si isolano, dimagriscono, spesso piangono. Sono questi i campanelli d’allarme che dovrebbero spingere a indagare.

In particolare, a Reggio Emilia la comunità pakistana è molto presente.

Una delle realtà più preoccupanti è quella dei campi rom dove il matrimonio forzato è un’usanza diffusa e coinvolge anche bambine. Le ragazze vengono trattate come merce di scambio, vengono vendute dagli stessi parenti.

 

UNA FATWA DA UCOII CONTRO I MATRIMONI FORZATI NELL’ISLAM

Le ragazze che fuggono dai matrimoni forzati vogliono amare, scegliere, non seguire il ‘modello occidentale’: vogliono semplicemente vivere rifiutando la negazione dei loro diritti.

La vicenda di Saman, che tanto ricorda quelle di Hina Saleem o di Sana Cheema uccise dalle famiglie pakistane in circostanze simili e per gli stessi moventi, chiama in causa politici e giornalisti, società civile e femministe, tutti noi.

Non si tratta di mondo islamico nettamente diviso dal mondo occidentale, ma di una certa parte di Islam, una sottocultura gretta e spietata, arretrata.

I primi a reagire al destino toccato da Saman sono stati gli islamici italiani, integrati da tempo nel nostro Paese.

Il 3 giugno l’Ucoii (Unione delle comunità islamiche d’Italia) ha emesso una fatwa (‘parere dottrinale’ di 110 imam) contro i matrimoni forzati nell’Islam definendoli “una pratica tribale che non ha alcuna giustificazione religiosa”.

 

I PAESI PIÙ COLPITI DAI MATRIMONI FORZATI E PRECOCI

La Conferenza sulle Donne di Pechino (1995) ha sancito un impegno comune di tutti i governi per l’uguaglianza di genere. In 25 anni ha consentito di prevenire 78,6 milioni di matrimoni precoci. Tra i Paesi con la percentuale più elevata di matrimoni precoci, 9 su 10 sono quelli più fragili, poveri, colpiti da conflitti o da crisi umanitarie.

Asia meridionale, Africa centrale e occidentale, America Latina e Caraibi sono i punti del globo in cui i matrimoni forzati sono più diffusi. E’ un fenomeno che riguarda anche l’Europa orientale.

Sono ancora tanti, troppi i Paesi con questa ‘tradizione’ diffusa. In particolare, Bangladesh, Repubblica Centrafricana, Guinea, Niger, Ciad, India, Turchia, Etiopia, Pakistan, Afghanistan, Yemen, Tanzania, Madagascar, Mauritania, Sudafrica, Nepal, Malawi, Siria, Iraq.

In India, i matrimoni forzati precoci (chiamati impropriamente matrimoni combinati) sono ampiamente diffusi. Spose bambine vengono strappate all’infanzia per essere vendute a sconosciuti molto più grandi di loro. Sono viste come serve adibite ai lavori domestici, vivono nell’isolamento sociale, totalmente prive di istruzione ed autonomia economica. In India, come in Paesi  limitrofi, sono segnalati incidenti dell’acqua bollente: quando le spose bambine si ribellano, le suocere versano loro addosso acqua bollente per punirle. Si tratta di casi coperti come ‘incidenti domestici’, il più delle volte non denunciati come violenza.

In Sudafrica vige la pratica dell’ukuthwala (rapimento), spesso con il consenso dei genitori, di ragazze vittime del matrimonio forzato anche molto piccole (sono stati riportati casi di bambine di 8 anni).

In Iran, le ragazze curde sono costrette al matrimonio: questa consuetudine è una delle prime cause di suicidio.

Il Pakistan è il terzo Paese al mondo per violenza, insicurezza e mancanza di diritti per le donne a causa del controllo patriarcale del loro corpo e della loro vita. In alcune zone del Pakistan, Paese in cui il matrimonio forzato è formalmente illegale, si ricorre a questa pratica per risolvere problemi familiari e mantenere la pace all’interno della comunità (swara). Lo stesso vale per l’Afghanistan e l’Iran, dove tante ragazze si suicidano per evitare il matrimonio forzato. La fuga da casa di una donna, in Afghanistan, è considerato reato: è impossibile sfuggire ai matrimoni forzati.

Nel Niger, Paese col più alto numero di spose bambine nel mondo, il matrimonio forzato è una pratica abituale. Le ragazze che tentano di ribellarsi vengono allontanate dalle famiglie e costrette a prostituirsi per sopravvivere. Spesso, le ragazze vengono vendute dal marito a causa di crisi alimentari.

 

LA LOTTA IN EUROPA CONTRO IL MATRIMONIO FORZATO

L’art. 37 della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica indica i matrimoni forzati una delle forme di violenza da combattere, una violazione dei diritti umani fondamentali.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo sancisce che il matrimonio può concludersi solo con il pieno e libero consenso dei futuri coniugi.

Il fenomeno dei matrimoni forzati esiste anche in Europa. E’ legato soprattutto all’aumento dell’immigrazione di altre culture che considerano normale ed accettabile la pratica del matrimonio forzato e delle spose bambine.

Nel Vecchio Continente, il matrimonio forzato non è reato ovunque. Solo 14 Nazioni dell’UE lo considerano perseguibile: Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Germania, Italia, Spagna, Ungheria, Lussemburgo, Malta, Portogallo, Svezia, Slovenia e Gran Bretagna. Soltanto alcuni di questi Paesi hanno statistiche affidabili al riguardo.

Il Paese che più di altri raccoglie dati per monitorare il fenomeno è la Gran Bretagna dove si contano circa 1.500 matrimoni forzati all’anno. Nel Regno Unito, per contrastare i matrimoni forzati tra gli immigranti, è stato emanato il Forced Marriage (Civil Protection) Act 2007 che dà la possibilità alle vittime di chiedere la tutela del tribunale. In Scozia è stata approvata una normativa simile. Le campagne di sensibilizzazione  e la consapevolezza è gradualmente aumentata nel Regno Unito.

Anche la Germania raccoglie dati per monitorare il fenomeno. Nel 2016, il Ministero federale degli interni ha individuato 1.457 minori coinvolti in matrimoni forzati, di cui 1.100 ragazze, 664 originari dalla Siria, 157 afghani e 100 iracheni.

Dal 1° luglio 2013, in Svizzera è stata adottata una legge per combattere i matrimoni forzati; sono perseguiti d’ufficio e puniti con la pena detentiva.

 

IL DRAMMA DELLE SPOSE BAMBINE: REPORT UNICEF

In occasione dell’8 marzo 2021, Giornata internazionale dei diritti della donna, l’Unicef ha pubblicato un report riguardante la drammatica realtà delle spose bambine. Con questo report l’ente delle Nazioni Unite per l’infanzia avverte: a causa della pandemia Covid-19, il numero di ragazze minorenni costrette al matrimonio potrebbe salire del 10%.

La pandemia ha bloccato tutto: chiusura delle scuole, interruzione degli aiuti umanitari, recessione economica. Nei prossimi 10 anni, circa 100 milioni di giovani rischiano il matrimonio forzato. Un numero già elevatissimo che potrebbe aumentare di ulteriori 10 milioni con un picco previsto tra il 2021 e il 2024 a causa della crisi economico-sociale mondiale.

L’Unicef riporta i dati attuali: circa 650 milioni tra ragazze e donne sono state costrette a sposarsi in età infantile. Il cosiddetto child marriage è ritenuto una violazione dei diritti umani fondamentali dal diritto internazionale. Con la pandemia le condizioni di vita delle adolescenti e delle bambine sono peggiorate dappertutto. Molte famiglie, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, tendono a vendere ed organizzare matrimoni con uomini ricchi o agiati.

L’Unicef suggerisce politiche statali per sostenere le famiglie e spingerle a non vendere le figlie minorenni, la riattivazione dei servizi per la salute sessuale, l’assistenza, la prevenzione delle gravidanze, la riapertura delle scuole.

Ogni anno i matrimoni forzati mettono a rischio i diritti ed il futuro di 12 milioni di bambine e ragazze: se ne contano 33mila al giorno. Molte delle bambine a cui viene strappata l’infanzia cadono in depressione, alcune si suicidano. Le complicanze legate alla gravidanza o al parto rappresentano la prima causa di morte per adolescenti tra i 15 e i 19 anni nel mondo, secondo il rapporto OMS 2018.

In Italia, ad occuparsi di questo fenomeno è l’AIDOS (Associazione italiana donne sviluppo) con l’Agenzia di stampa nazionale DiRE.

L’obiettivo dell’UNFPA (Agenzia delle Nazioni Unite per la salute sessuale e riproduttiva) è mettere fine a queste pratiche entro il 2030. Con un investimento di 3,4 miliardi di dollari all’anno entro il 2030 si potrebbero salvare 84 milioni di ragazze.

 

LA FALLA DEL CODICE ROSSO PER LE VITTIME DEI MATRIMONI FORZATI

In Italia, il matrimonio forzato è penalmente perseguibile grazie alla Legge del Codice Rosso (Legge 19 luglio 2019, n. 69) che ha introdotto l’art. 558-bis del Codice Penale (Costrizione o induzione al matrimonio). Viene punito con la reclusione da 1 a 5 anni chiunque obblighi una persona a contrarre unione civile o matrimonio attraverso minacce e violenze. E’ punibile anche se il fatto si verifica fuori dal territorio italiano nei confronti di un italiano o di un cittadino straniero residente nel nostro Paese. Se la vittima è minore di anni 18 o 14, sono previste aggravanti: la pena sale da 1 a 7 anni.

C’è un problema: lo strumento penale può inibire la denuncia in caso di ragazze e bambine che appartengono a famiglie migranti con status di residente precario, a breve termine o irregolare. Una ragazza intenzionata a scappare da un matrimonio forzato è combattuta tra la sua libertà e il non desiderare che il padre finisca in carcere o rischi di essere espulso.

C’è un secondo problema. La sera prima della scomparsa, Saman Abbas aveva allertato il fidanzato: “Se non mi senti per 48 ore avverti le Forze dell’Ordine“. Secondo le ricostruzioni, la sera del 30 aprile c’era stata una lite violenta tra i genitori e la ragazza. Prima di tentare di fuggire, Saman ha chiesto ai genitori la restituzione dei suoi documenti. Un dettaglio che dà ragione alle associazioni attive nelle difesa delle donne. Queste associazioni denunciano da tempo che le leggi su cittadinanza e permesso di soggiorno rappresentano un grosso ostacolo nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza patriarcale. Per concedere la cittadinanza viene chiesto il consenso, scritto e firmato, del marito o del padre di una ragazza, anche nei casi denunciati di violenza di genere. E’ quanto si legge nel dossier presentato il 2 giugno scorso da Black Lives Matter Roma e Rete G2-Seconde Generazioni. Tutto questo è assurdo. Assurdo e pericoloso.

A che serve la Legge del Codice Rosso che proibisce i matrimoni forzati se viene richiesto il consenso del padre/padrone per i documenti delle donne vittime di violenza e dominazione patriarcale?

La stessa Tiziana Dal Pra insiste che non basta proibire i matrimoni forzati con il Codice Rosso. Bisogna indagare il fenomeno e combatterlo con politiche attive, di informazione e sensibilizzazione. Un modo per riconoscere queste donne come persone è “garantire loro la cittadinanza”, dare loro un senso di fiducia nella società. Senza dover chiedere il consenso né al padre né al marito padrone per ottenere i documenti.

FRANCESCO CIANO

 

 

 

 

 

Francesco CIANO

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