VIOLENZA DOMESTICA IN GRAVIDANZA

VIOLENZA DOMESTICA IN GRAVIDANZA
8 Luglio 2020 Francesco Ciano
VIOLENZA DOMESTICA IN GRAVIDANZA

VIOLENZA DOMESTICA IN GRAVIDANZA: RISCHIO SEGNALATO DAI RICERCATORI DELL’ISS

 

Il nuovo studio dell’Iss ci spinge a trattare il tanto grave quanto sommerso fenomeno della violenza domestica in gravidanza.

Di recente, i ricercatori dell’Iss hanno evidenziato un fenomeno non frequente (riguarda 2,3 donne per 100.000 nati vivi) ma ugualmente preoccupante.

Spesso, il rischio suicidio in gravidanza e nel post partum è causato da una gravidanza indesiderata, da una violenza sessuale o violenza domestica subita. Il periodo più a rischio per la donna va dall’ultimo trimestre di gravidanza ai primi mesi dopo il parto.

La violenza domestica durante la gravidanza è qualcosa che fa orrore e sconcerta ma esiste.

E’ un fenomeno sottostimato, occultato, sommerso. Incide sulla salute psicofisica della donna, del feto e del neonato.

I dati che riportiamo, già di per sé terribili, sono nulla in confronto alla realtà perché, spesso, le donne non denunciano il partner.

Ci è difficile associare la gravidanza (un momento così importante per la donna, che dovrebbe essere particolarmente amata e curata) alla violenza.

La violenza domestica in gravidanza e le sue conseguenze sulla donna costituiscono un argomento che merita attenzione. Andrebbe approfondito non soltanto in un articolo ma in termini di indagini e ricerca.

 

VIOLENZA DOMESTICA IN GRAVIDANZA: UNA DELLE CAUSE SCATENANTI IL SUICIDIO

Durante la gravidanza o nel periodo post partum (nell’arco di un anno), alcune ragazze e donne pensano o tentano il suicidio. Perché?

La risposta non è semplice: dipende da diversi fattori (sociali, culturali, psicologici, genetici).

I ricercatori dell’Iss, nel loro focus, riportano le cause principali:

– gravidanza indesiderata;

– precedente aborto, specie tra le giovani e le giovanissime, con conseguente decesso di un figlio;

– gravidanza in età molto giovane;

– complicanze ostetriche e neonatali;

– disturbo psichiatrico già presente o sopravvenuto dopo la gravidanza (disturbo depressivo, bipolare, psicosi puerperale);

– abusi subiti nell’infanzia;

– violenza subita da parte del partner;

– consumo di alcol, sostanze stupefacenti, tabacco;

– casi di suicidio in famiglia;

– separazione della donna dal figlio/a;

– mancanza di una rete sociale di supporto;

– perdita del lavoro.

Le donne che tentano il suicidio o si suicidano in gravidanza, nel periodo post partum e del puerperio usano metodi violenti, più letali; questo fa capire la loro seria intenzione di riuscire nell’intento.

Secondo alcuni studi condotti in vari Paesi, sono le donne appartenenti a ceti sociali più svantaggiati e a determinati gruppi etnici a correre maggiormente il rischio di suicidio.

Esistono ancora molti stereotipi come il pensiero che la violenza domestica (anche in gravidanza) si manifesti in contesti familiari culturalmente ed economicamente poveri. Purtroppo, i dati statistici e la cronaca non confermano: la violenza domestica è un fenomeno trasversale e coinvolge qualsiasi ceto sociale, anche in assenza di abuso di droga o alcol.

 

IL ‘PESO’ DELLA VIOLENZA DOMESTICA SULLA GRAVIDANZA

La gravidanza ha una funzione protettiva rispetto alla violenza. Questo ‘ideale’ crolla davanti alla realtà.

La violenza domestica durante la gravidanza si può definire un problema di salute pubblica rilevante, ancora troppo sottovalutato e occultato. Incide fortemente sulla salute psicofisica  della donna, del feto e del neonato.

L’OMS stima che, nel mondo, 1 donna su 4 sia stata vittima di una forma di violenza in gravidanza.

In Italia, l’ISTAT rileva che circa il 10% delle donne ha subito violenze dal partner anche durante la gravidanza: per il 70% di queste, l’intensità della violenza è aumentata (11%) o, comunque, non è diminuita (58%). Addirittura, per il 6% delle donne, la violenza domestica inizia proprio nel periodo della gravidanza.

Prendiamo con le pinze questi dati: sono sottostimati considerando, oltretutto, che le donne in gravidanza o nel periodo di post partum non tendono a denunciare la violenza subita dal partner.

L’aggravante è questa: diversi studi rilevano che episodi di violenza e abuso sessuale subiti in passato (non trattati sufficientemente a livello psicologico e non risolti) possono ritualizzarsi in gravidanza o durante il parto.

 

INTERVENIRE IN TEMPO INDAGANDO SULLE CAUSE

Il team di ricercatori dell’Iss suggerisce l’importanza di indagare il rischio di suicidio per intervenire tempestivamente a tutela della salute materno/infantile.

Indicano, in particolare, alcuni ambiti da studiare legati all’idea del suicidio delle donne in gravidanza o in post partum come:

– livello di impulsività;

– persistenti pensieri di morte e disperazione;

– livello di frequenza dei pensieri suicidi;

– violenza domestica in atto e precedenti abusi sessuali;

– presenza di un piano suicidario con lo studio del metodo indicato e le condizioni di rischio;

– accesso o disponibilità di sostanze o strumenti per mettere in atto il suicidio (farmaci, armi da fuoco, ecc.);

– eventuali abusi di sostanze;

– disturbi del sonno;

– eventuale disturbo psichiatrico (depressivo, post traumatico da stress);

– isolamento sociale;

– familiarità per il suicidio o parente/familiare che soffre di disturbo psichiatrico;

– eventi avversi o lutto recente;

– pensieri di fare del male al bambino.

 

VALUTARE IL RISCHIO SUICIDARIO DELLA DONNA

Il primo essenziale step a tutela delle donne e dei neonati, è valutare il rischio suicidario indagando sullo stato mentale della donna e sentimenti quali rabbia, disperazione, sensi di colpa, vergogna, ansia, impulsività,

I ricercatori dell’Iss individuano tre livelli di rischio suicidio:

basso: quando i pensieri suicidari o autolesionistici sono transitori;

medio: quando pensieri di morte e intenzionalità non sono associati ad un piano;

elevato: quando i pensieri suicidari sono costanti, l’intenzione è forte ed accompagnata da un piano nonché dalla scelta dello strumento lesivo.

La presenza di uno o più fattori fanno salire il livello di rischio suicidio.

Le donne più a rischio sono quelle che non possono contare su amici e famiglia, isolate socialmente, con ridotta capacità di gestione dello stress e di adattamento, che affrontano passivamente i cambiamenti.

Se a questo si aggiunge non soltanto una relazione sentimentale complicata ma la violenza domestica ed i maltrattamenti, la donna rischia fortemente a livello psicofisico (aborti inclusi).

 

GRAVIDANZA E PARTO OFFRONO MOLTE POSSIBILITÀ DI CONTROLLO AL  MANIPOLATORE

Nel mondo, il predominio degli uomini violenti sulle donne non si smentisce neanche in gravidanza, durante il parto e in fase post partum, anzi si accentua in quanto la donna vittima di violenza domestica nel periodo della gravidanza e del puerperio è più fragile, vulnerabile. Si riduce ulteriormente la sua autonomia emotiva ed economica ed il partner violento può cogliere questo momento come un’opportunità per stabilire maggior potere e controllo su di lei. La cronaca lo conferma.

Esistono tuttora uomini che decidono come la donna debba partorire, se deve prendere o meno antidolorifici, indipendentemente se questa possa soffrire o subire shock. Abbiamo letto casi di donne costrette a partorire dolorosamente, senza farmaci, perché il partner aveva deciso così.

Sono questi gli uomini che abusano fisicamente, psicologicamente ed economicamente sulle loro partner e che pensano di decidere del loro corpo anche durante la gravidanza e il parto. E’, a tutti gli effetti, un controllo coercitivo che spinge il padre/padrone ad isolare la donna da amici e familiari, privarla dei bisogni primari, controllare il suo tempo e le attività, umiliarla, trattarla in modo degradante e disumano. Tutto questo può avere conseguenze devastanti per la salute psicofisica di una donna e per il rapporto con il bambino.

Il controllo coercitivo è difficile tanto da riconoscere quanto da comunicare per gran parte delle donne vittime di violenza domestica.

Oltre un terzo delle violenze domestiche iniziano o peggiorano in questa delicata fase di vita della donna.

 

LA DELICATA FASE DI POST PARTUM

Il parto offre molte opportunità di controllo ad un partner manipolatore.

Dopo il parto, la donna è spinta a proteggere il neonato ed è in questa fase che l’uomo violento inveisce ancora di più contro di lei approfittando della sua ulteriore impossibilità di difendersi per badare al piccolo.

Le conseguenze di un parto traumatico legato alla violenza domestica comportano un maggiore rischio di depressione postnatale e sintomi da disturbo post-traumatico da stress, come flashback e incubi. Le donne possono provare un senso di fallimento, di vergogna, di rifiuto della maternità o, al contrario, si dimostrano iperprotettive verso il loro bambino.

La gravidanza non solo non ferma la violenza ma la scatena.

Gli uomini violenti, abituati a vivere il rapporto come un possesso, spesso vedono il bambino come un oggetto che si interpone fra loro e la partner. Senza contare che, a volte, quel bambino è frutto a sua volta di una violenza.

La donna che viene maltrattata e percossa in gravidanza può rischiare di mettere alla luce un figlio con malformazioni e pagare doppiamente anche in termini psicologici. Tanto che molte vittime dichiarano di non voler più rimanere incinte e di voler evitare rapporti sessuali.

Uno studio italiano coordinato dalla d.ssa Patrizia Romito di Trieste ha documentato che le donne vittime di rapporti violenti rischiano 13 volte di più di manifestare depressione post partum (la cosiddetta ‘blue-syndrome‘).

 

DATI 2017 DELL’UNFPA SULLA VIOLENZA DOMESTICA IN GRAVIDANZA

Secondo i dati diffusi nel 2017 a Rio de Janeiro dal Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), la violenza domestica in gravidanza è un fenomeno globale.

Il numero delle vittime di questo tipo di violenza oscilla tra il 3,8% e l’8,8% di tutte le giovani in attesa di un bambino.

La violenza da parte di un partner durante la gestazione è generalizzata e la gravidanza in sé può essere il fattore scatenante della violenza” ha commentato la consulente per la violenza di genere dell’Unfpa, Upala Devi.

Le conseguenze negative colpiscono tanto le donne incinte (depressione, lesioni, problemi fisici e di salute in genere) ed i figli che possono nascere sottopeso, prematuri e soffrire di altri problemi durante l’infanzia legati alle violenze subite dalla madre.

 

L’IMPATTO DELLA VIOLENZA DOMESTICA IN GRAVIDANZA SUI BAMBINI

Nel 2018, è stato pubblicato uno studio realizzato dal William J. Shaw Center for Children and Families incentrato sull’impatto negativo (a breve e lungo termine) della violenza prenatale sui successivi risultati di adattamento dei bambini.

Secondo i dati risultanti da questo studio (pubblicato su The International Journal of Behavioral Development), i bambini le cui madri sperimentano la violenza durante la gravidanza hanno maggiori probabilità di mostrare aggressività (calci e ribellione) e sfiducia verso le loro madri in tenera età.

Principalmente, la violenza prenatale colpisce i bambini attraverso il modo in cui colpisce la madre. Le prime fasi di post-nascita e l’infanzia rappresentano momenti chiave per imparare alcune delle principali abilità nella gestione delle emozioni: “se le mamme fanno fatica, i bambini lottano”.

L’impatto dannoso per i bambini è  profondo e duraturo, con effetti visibili fino ai 2 anni di età seppure molti bambini si dimostrino capaci di recuperare nelle relazioni sociali al di fuori dell’ambito familiare.

La conclusione della ricerca è questa: sostenere i bambini in età prescolare potrebbe rivelarsi un tentativo vano. E’ fondamentale intervenire nel periodo di gravidanza, precocemente, per tutelare sia le donne sia i loro figli.

E’ stato dimostrato che, quando è possibile supportare le donne incinte a rischio violenza, l’impatto negativo sui bambini si riduce significativamente.

L’unica via per intervenire su questo fenomeno è eseguire screening per la violenza durante gli esami prenatali. In tale contesto, il supporto medico e psicologico è essenziale.

Mettere in atto una ricerca preventiva del genere avrebbe un enorme impatto positivo per la salute di donne e bambini.

FRANCESCO CIANO

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