CHE COSA STANNO ASPETTANDO?

CHE COSA STANNO ASPETTANDO?
Aprile 17, 2018 Francesco Ciano

Lidia Vivoli: io, sopravvissuta al femminicidio, abbandonata dallo Stato

Il 25 marzo scorso, una puntata de Le Iene ha portato al grande pubblico la storia di Lidia Vivoli, 46enne originaria di Bagheria massacrata ‘per amore’, sequestrata, sfuggita ad un femminicidio, che oggi si sente abbandonata dallo Stato. E’ la storia di un amore malato, quello di un orco al di sopra di ogni sospetto ma anche di una società impreparata, incapace di intervenire a difesa delle vittime.

Quella di Lidia è stata una vita normale, fino al 2012: lavorava come assistente di volo, salvava i cani dalla strada e cercava di salvare anche la sua dal trauma della separazione dal marito.

A partire dall’incontro di un uomo, tutto è cambiato. Voleva rifarsi una vita ed ha tentato di ritrovare la serenità lanciandosi in una nuova storia ma quell’uomo, che inizialmente la faceva sorridere e le cucinava il pesce, di colpo si è trasformato in un mostro ossessivo, nel suo persecutore che la controllava di continuo, che l’ha massacrata e ridotta in fin di vita. Ha sfiorato la morte, Lidia è scampata al femminicidio ma vive ancora nella paura. L’orco uscirà dal carcere, le ha promesso che la ucciderà. La donna teme per la sua vita e per quella dei suoi due figli.

 

Gennaio 2012: il primo episodio di violenza subito da Lidia Vivoli

Da tempo tra i due c’erano problemi. Lui era gelosissimo, vedeva il tradimento ovunque. Non lavorava, praticamente era lei a mantenerlo.

Un giorno di gennaio 2012, il nuovo compagno chiede a Lidia il suo smartphone per controllarlo, ma lei si rifiuta quasi per scherzo visto che teneva il telefono sempre in bella vista, non aveva segreti. Inizia a picchiarla sbattendole la testa contro il muro.

In ospedale, le hanno dato una prognosi di 2/3 giorni, troppo pochi per far intervenire le autorità (è necessaria una prognosi di almeno 20 giorni). In ospedale lui, da una parte, le chiedeva perdono, dall’altra, la accusava. Era sola, non poteva chiedere il sostegno di nessuno, neanche delle forze dell’ordine.

Notte del 25 giugno 2012: il trauma che la cambia per sempre

Il 24 giugno, durante una gita, all’interno di una chiesa nei pressi di Tindari, in ginocchio davanti a Lidia, il suo uomo le chiedeva perdono. Lidia era rimasta a dormire a casa del suo compagno, quella notte.

All’1,45, si è alzato per andare in bagno, è tornato, le si è avvicinato e l’ha colpita più volte con violenza sulla testa con una bistecchiera di ghisa fino a rompere il manico. Ha preso un paio di forbici brandendole come un pugnale. Nel tentativo di togliergli le forbici dalle mani, Lidia Vivoli è rimasta ferita in faccia (un taglio allo zigomo) e lui continuava ad infierire tentando di strangolarla con il filo di un’abat-jour. E’ riuscita non si sa come a bloccarlo, poi lui l’ha trascinata per la stanza tirandola per i capelli, sbattendole ovunque la testa, bloccandola con la schiena a terra e riempiendola di pugni in faccia. Le ha aperto la gola con le unghie e con le forbici le ha ferito l’addome. Lidia, a quel punto, si è difesa strizzandogli i testicoli per fermarlo, allontanarlo in qualche modo.

Dopo averle inferto l’ennesimo colpo, alla vista del sangue, l’uomo si ferma. Lidia si accorge di essere in trappola, sequestrata: l’unica finestra della stanza ha le grate, la porta è bloccata. Inizia a parlare con lui fino a convincerlo che non lo denuncerà se la lascerà vivere. Lui si convince ma, nel frattempo, passano tre ore. Solo allora, quando rimane sola, chiama il 118.

Era quasi in fin di vita quando medici ed agenti l’hanno trovata accucciata sul letto.

Quel trauma l’ha cambiata per sempre: “A distanza di anni, quando sento un rumore o un colpo di vento, immagino che un uomo voglia uccidermi. Succede ogni giorno, in ogni momento della mia vita”.

 

Dopo il carcere, l’inferno continua per Lidia Vivoli

Il suo incubo incarnato è stato arrestato ma è uscito dal carcere dopo 5 mesi, in attesa di processo, ottenendo i domiciliari. E’ tornato a perseguitarla, ad accusarla, a chiamarla “prostituta di mestiere”.

Lidia ha subito lo stalking per 2 anni. Il processo per tentato omicidio e sequestro c’è stato: il Pubblico Ministero ha chiesto 9 anni, ma l’imputato è stato condannato a 4 anni e 6 mesi. Lo stalker non è finito subito in carcere. Continuava a controllare la vita di lei, ha aggredito il nuovo compagno di Lidia, minacciato i suoi amici che si sono allontanati per questo dalla vittima.

Il 10 ottobre doveva uscire: ha patteggiato scontando una pena di poco più di 2 anni e mezzo”.

La donna sa che il suo stalker è uscito dal carcere il 10 ottobre 2017 e si aspetta che torni: l’aveva minacciata di morte se avesse riferito cosa le aveva fatto, se avesse mostrato le foto di quelle violenze subite, ma lei l’ha fatto comunque. Sente che quell’uomo, prima o poi, la ucciderà ma Lidia non smetterà di combattere.

 

Vittima giudicata anziché aiutata

Sì è rivolta, di nuovo, ai magistrati riprendendo le denunce degli anni passati. Ha accettato di sottoporsi a diversi interrogatori. Tutto pur di convincere i giudici a tenere lontano da lei il mostro che ha cercato di ucciderla e per ‘ricordare’ alla giustizia che una vittima va tutelata, protetta, aiutata. E, invece, no.

E’ stata ascoltata dai magistrati per 6 ore di fila ma le domande erano sempre le stesse dei mesi passati: “Ha avuto amanti?”, “Lo ha tradito?”. Insomma, da vittima si è sentita indagata. Si è sentita non solo abbandonata dallo Stato, ma giudicata e condannata.

Ha chiesto aiuto alle istituzioni, ma i carabinieri le hanno detto che può solo “avvisarli tempestivamente”.

 

 

Lidia Vivoli: “Donne, denunciate!”

Lidia Vivoli oggi è una donna disoccupata, ha un nuovo compagno che la ama, protettivo. E’ madre di due figli che sono la sua vita. Continua a convivere con la sua paura ma, allo stesso tempo, combatte in prima linea a sostegno di tutte le donne vittime di violenza. Lotta per convincere ed aiutare le altre donne a denunciare e reagire.

La madre di Lidia lavorava in tribunale, conosceva Giovanni Falcone, le ha insegnato il valore della giustizia, la necessità di lottare per cambiare leggi che non funzionano. Ha scoperto sulla sua pelle che nessuno sostiene ed aiuta le donne vittime di violenza, mentre gli aggressori possono ottenere benefici fino a 3 mesi di sconto sulla pena ogni anno, in caso di ‘buon comportamento’.

Quando una donna denuncia una violenza, dopo viene abbandonata nelle mani del carnefice”, ma “le donne devono denunciare, le denunce devono aumentare” perché soltanto facendo sentire le nostre voci qualcosa può “cambiare in questa cultura maschilista”.

Lidia dà un consiglio a tutte le donne: “Al primo segnale di controllo da parte dell’uomo, andate via. Se cedete ed accettate di farvi controllare la vita, poi l’oppressione e la violenza crescono. Conservate la vostra libertà” da subito.

 

Le 2 petizioni lanciate da Lidia Vivoli

Lo Stato è assente” ripete Lidia.

In una petizione lanciata su Change.org, a poche settimane dalle elezioni 2018, Lidia ha chiesto ai candidati di cambiare la legge: il limite dei 6 mesi per le denunce di violenza sessuale e stalking deve decadere perché, oltre quel limite di tempo, l’aggressore resta impunito. Non può esserci un limite di tempo: “Ci sono dinamiche complicate. Quando una donna viene stuprata si sente sporca, si vergogna e non riesce a raccontare”, non subito almeno. Le donne si sentono giudicate dalla società, che le colpevolizza. Ci vuole tempo per farsi coraggio, affrontare, denunciare, spesso non si riesce a fare tutto questo nei tempi previsti.

Lidia ha anche chiesto al Ministero dell’Economia, sempre attraverso una petizione su Change.org, di inserire le donne vittime di violenza tra le categorie protette nelle liste di collocamento per dar modo loro di ricostruirsi una vita lontano da luoghi e persone che le hanno segnate.

Abbiamo ferite fisiche, emotive, psichiche come i reduci della Seconda Guerra Mondiale”. Le donne vittime di violenza vanno protette come le vittime di mafia e terrorismo.

 

E’ stata creata una pagina su Facebook in sostegno della coraggiosa donna vittima di tentato femminicidio e sequestro di persona da parte dell’uomo che diceva di ‘amarla’. La pagina si chiama “In aiuto di Lidia Vivoli – Contro ogni forma di violenza sulle donne”.

 

Il post che linkiamo di seguito è stato pubblicato l’1 settembre 2017 da Lidia Vivoli sul suo profilo Facebook. Racconta quanto le è successo la fatidica notte del massacro e testimonia i segni della violenza sul suo corpo. Perché l’ha fatto? “Perché ho paura di morire e, se muoio, tutti devono sapere perché è successo”.

(attenzione il video contiene immagini che potrebbero turbare la vostra sensibilità).

 

https://www.facebook.com/lidia.vivoli/posts/10213492980187937

 

CHE COSA STANNO ASPETTANDO?

Il suo carnefice, è in carcere e tra poco uscirà. Lidia vive nel terrore, è preoccupatissima e chiede l’aiuto delle istituzioni.

Bisogna istituire un fondo per le vittime di femminicidio, anche per proteggere i figli”

 

Francesco Ciano

 

 

 

 

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