IO, VITTIMA DI STALKING, MI SONO PENTITA DI AVER DENUNCIATO.

IO, VITTIMA DI STALKING, MI SONO PENTITA DI AVER DENUNCIATO.
Dicembre 14, 2018 Francesco Ciano
LE 3 CARATTERISTICHE MENTALI CHE PARALIZZANO LE DONNE VITTIMA DI STALKING

IO, VITTIMA DI STALKING, MI SONO PENTITA DI AVER DENUNCIATO.

Molti identificano la violenza, in uno schiaffo o in dei lividi corpo, ma vi assicuro è molto di più.

Quando trovi la forza e il coraggio di uscire dalla “gabbia” della solitudine e della paura, e decidi di raccontare e chiedere aiuto, la violenza che hai subito fino a quel momento, in qualche modo l’hai accettata, vorresti e cerchi di voltare pagina.

Magari, puoi anche accettare e fare i conti con l’insensibilità e l’omertà intorno a te, ma l’omertà e l’abbandono da parte delle Istituzioni a cui ti rivolgi, per chiedere tutela, protezione, aiuto e supporto…PROPRIO NO, NON SI PUO’ E NON SI DEVE ACCETTARE!!!!

Non voglio generalizzare, ma solo raccontare in breve, la mia storia.

Varchi la soglia dell’Istituzione alla quale decidi di chiedere AIUTO E TUTELA, dopo un’enorme sofferenza e disagio, difficile da spiegare e quasi impossibile da comprendere, con un senso finalmente di sollievo e pensando che ti accoglieranno, dandoti tranquillità e serenità e un senso di protezione; invece, sin dal primo approccio, incontri atteggiamenti ostili. Vorresti sentirti dire “tranquilla, ora ci siamo noi”, invece trovi scarsa considerazione, atteggiamenti volti a scoraggiarti, sguardi solo di curiosità, nessuno che ti dà il beneficio del dubbio. Sei “sbattuta “, con poca professionalità e poco tatto da un ufficio all’altro, la tua richiesta scritta passa da un dipendente all’altro, il quale, dopo aver letto, guarda caso, non è l’addetto preposto ad apporre una semplice firma e un protocollo sulla tua denuncia/richiesta di aiuto.

Chi, addirittura, in uno degli uffici, dopo aver chiesto un timbro per ricevuta ti dice, che non possono protocollare la tua richiesta che hai portato in forma scritta, ma che se vuoi la ricevuta, deve essere inoltrata solo tramite Pec, e tu ti chiedi ma come sono qui, e volete una PEC?!!!!

Dopo aver letto che la richiesta è indirizzata contro un loro collega, non c’è una persona alle 9.30 del mattino, a metà  settimana, ad accogliere una donna che chiede aiuto, non c’è una sola persona che ti fa accomodare in un ufficio, ma attendi nei vari corridoi, mentre, oltre 15 impiegati, a turno si fanno il passamano della tua richiesta, facendo, ognuno, le opportune chiamate di rito ( a non sò chi!!), allontanandosi da te, o chiudendo la porta davanti a te, che attendi sempre in piedi nel corridoio!

Non c’è stata una sola persona, li dentro, in quella mattina che si è curata della motivazione per la quale eri entrata …Tutti intenti a “scrollarsi” il problema di dosso, tutti intenti ad evitare “la rogna” che io, donna, avevo portato!

Alla fine, delle sterili consultazioni, nessuno vuole apporre una firma, fino a quando, esasperata e chiaramente offesa e infastidita, con voce ferma, pretendi un protocollo, sulla ricevuta della tua richiesta.

Vai via, demotivata, delusa e incredula, dalla ” non accoglienza” dalla leggerezza con la quale viene gestita una richiesta di aiuto per violenza di genere, dovrai attendere, la telefonata il mattino seguente, con la quale vieni invitata a ritornare per firmare un “verbale di ratifica” che poteva essere compilato il giorno prima con meno disaggi.

Inizia così una triste e anomala vicenda, con un fine vergognoso, che racconterò sommariamente, dovendo per privacy, omettere nomi e alcuni episodi:

Malgrado la copiosa documentazione allegata, la persona segnalata, CHE COME DETTO PORTA UNA DIVISA, ha continuato ad assillarti, incurante della richiesta depositata, per oltre 15 giorni, fino a quando, sempre incredula e sempre più demotivata, ti rivolgi nuovamente all’Autorità, e integrando la richiesta, con documentazione attestante i contatti successivi, chiedi, sempre con più timore, che questo soggetto, sia chiamato e allontanato da te!

Le indagini, malgrado la documentazione attestante l’essere insistentemente infastidita e perseguitata, continuano e durano ben 4 mesi, alla fine dei quali arriva finalmente “l’inevitabile ” provvedimento amministrativo richiesto.

Provvedimento al quale, lo Stalker, fa ricorso al TAR, chiedendone l’annullamento.

Il TAR, con sentenza abbreviata, emessa nella stessa mattina della prima udienza, RIGETTA la richiesta dello stalker, quale chiaro segno della non fondatezza. Il provvedimento emesso, deve rimanere.

Allora tu pensi ” finalmente è finita”, malgrado tutti gli ostacoli. ” Ho fatto bene a denunciare”.

Ma immediatamente il penoso e vergognoso risvolto:

Dopo soli 20 gg, dall’ordinanza del TAR, lo Stalker, chiede la revoca del provvedimento all’Autorità che lo ha emesso, e che davanti al TAR si è opposta al suo annullamento, e…. ne ottiene la revoca.

Ha fatto il bravo 6 mesi (4 dei quali, sono durate le indagini, e un altro mese il suo ricorso al TAR!), diranno nelle motivazioni di revoca, e sul lavoro è un valido collaboratore!!!

Ma se è vero che solo 20 prima la stessa Autorità, nell’udienza innanzi al TAR, si era opposta in modo FERMO all’annullamento, che senso ha?

IO NON HO DENUNCIATO UNA DIVISA, HO DENUNCIATO UN UOMO!!!! CHE PERALTRO INFANGA QUELLA STESSA DIVISA CHE MOLTISSIMI PORTANO CON DIGNITA’ E ONORANO PER TUTTA LA VITA

ATTENZIONE A CHI DENUNCIATE!!!!!!, forse ci sono le categorie di uomini che si possono denunciare e altre categorie che non si toccano?

Nella mia città, c’è un camper delle forze dell’ordine, che, con una campagna di sensibilizzazione, invita tutte le donne vittime di violenza, ad uscire dal silenzio, a denunciare, a fidarsi e affidarsi alle Istituzioni, chiedendo aiuto …. ma che senso ha, a chi dovrebbero affidarsi, se poi viene emesso un provvedimento, e dopo che lo valida un tribunale, viene immediatamente revocato da chi lo ha emesso??? Che forma di prevenzione è questa? forse è il caso, che ci si chiede …” CHI, dobbiamo sensibilizzare”!!!

Troppo facile parlare di prevenzione, se poi non la si adotta, troppo facile mostrarsi solidali, davanti ad una vicenda, quando magari è diventata già una tragedia!!!!!!

Io, per esperienza personale, posso dire che mi sono pentita di aver denunciato, che non consiglierei a nessuna donna, già ferita e sofferente, di scontrarsi con questa triste e vergognosa realtà di non tutela, che null’altro è che un’altra inutile violenza, dove vedi solo la leggerezza con la quale si gestisce il tuo dolore e la tua dignità.

Questa revoca, questo cambiamento di idea così repentino, di una misura preventiva, che messaggio dà alle donne che vorrebbero denunciare? E soprattutto, che messaggio dà a persone “malate” che vigliaccamente ledono la libertà altrui?

Inoltre, vorrei sottolineare, che questa mia vicenda, offende tutte le persone che indossano una divisa, che, con rispetto, onore e dignità, svolgono il loro lavoro con correttezza ed etica, e che, per una mela marcia, si vedono poi infangare la loro categoria.

Vorrei che qualcuno mi spiegasse a cosa è servito denunciare …e vorrei che qualcuno, chi di competenza, si chiedesse perché le donne hanno remore a chiedere aiuto o non vogliono denunciare, perché preferiscono soffrire in silenzio da sole! Alle donne non manca il coraggio, manca il giusto aiuto e la giusta considerazione.

Io non me la sento di biasimare il silenzio di tante donne, che hanno già subito abbastanza e che non se la sentono di affrontare il muro di gomma di una cultura ancora piena solo di belle parole, ma che poi nel concreto è bigotta e piena di pregiudizi, volta più a lavarsene le mani che ha prendere una posizione …. un ambiente, dove, tranne rari esempi di persone splendide che ho incontrato, ti senti costantemente come davanti ad un “plotone di esecuzione”.

Un ambiente dove ancora il PREGIUDIZIO è più forte del GIUDIZIO.

Nessuna persona che chiede aiuto, deve essere trattata così.

Questa, voglio urlare…. è anche VIOLENZA, la peggiore con la quale, sei costretta a fare i conti.

Questo mio breve racconto, perché penso e spero, che il racconto di una triste verità, possa sensibilizzare più di una semplice campagna, e far riflettere in modo costruttivo sull’utilizzo e l’importanza delle misure di prevenzione, come contrasto alla violenza di genere.

 

Su richiesta di “Simona” ho voluto pubblicare la sua storia

Francesco Ciano

 

 

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